ARCANO 16 / ~10 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 284–295
Quando l’informazione diventa materia
Le prime macchine
Torniamo ora al filo cronologico. Nel 1985 non avevo ancora le parole che userei oggi per raccontare ciò che stava accadendo. Non parlavo di economia dei dati, di piattaforma, di disintermediazione, di mercato algoritmico o d’infrastruttura informazionale. Una parte di questo lessico semplicemente non esisteva.
Eppure qualcosa era già lì. Un’intuizione estremamente fisica: quando un’informazione circola male, degli uomini lavorano di più, delle macchine girano inutilmente, si percorrono chilometri a vuoto, il denaro scompare e chi possiede l’informazione conserva un vantaggio che gli altri non possono nemmeno misurare.
Non sono dunque entrato nell’informatica perché amassi i computer. Vi sono entrato perché avevo compreso che l’informazione stessa poteva diventare una materia su cui agire. Bisognava prenderla là dove era dispersa, strutturarla, trasmetterla più in fretta, poi guardare che cosa questa nuova circolazione cambiasse nel mondo reale.
La borsa elettronica dei carichi, che ci riporta al 1985, appartiene a questo momento fondatore. Il problema, all’inizio, era quasi banale da descrivere.
La Francia era attraversata ogni giorno da centinaia di migliaia di camion. I grandi trasportatori disponevano già di organizzazioni sofisticate, di reti interne, di committenti regolari. Sapevano ottimizzare molto meglio i propri flussi.
Ma diverse decine di migliaia di piccoli trasportatori, talvolta uomini soli con il proprio camion, vivevano un’altra realtà. Scendevano carichi e risalivano vuoti. O viceversa. Potevano percorrere centinaia di chilometri senza carico semplicemente perché l’informazione che avrebbe permesso loro d’incontrare un mittente situato sul loro tragitto non arrivava al momento giusto.
Ecco ciò che mi interessava. Il camion non era il problema. L’autista non era il problema. Nemmeno la merce. Il problema era l’assenza di relazione tra due informazioni che già esistevano: qui qualcuno aveva bisogno di trasportare qualcosa; là qualcuno possedeva un camion disponibile.
Tra i due, il vuoto informazionale produceva vuoto fisico. Un camion vuoto. Carburante bruciato per nulla. Ore di lavoro perdute. Un margine distrutto. Una strada ingombrata senza una produzione economica corrispondente.
Guardavo quei trasportatori come forzati. La parola mi è rimasta. Quegli uomini potevano lavorare quindici ore, dormire nelle loro cabine, macinare migliaia di chilometri e rimanere tuttavia economicamente fragili perché non possedevano la stessa qualità d’informazione delle grandi strutture.
C’era già qualcosa che sarebbe diventato una costante in tutta la mia vita: l’informatica mi interessava quando poteva ridurre un’asimmetria. Un’asimmetria economica. Un’asimmetria geografica. Più tardi un’asimmetria giuridica. Poi un’asimmetria storica nel Mercato dell’Arte.
Ma nel 1985 non avevo ancora questa visione retrospettiva. Vedevo soltanto un problema concreto e una possibilità nuova. Far circolare l’informazione abbastanza in fretta perché l’offerta incontrasse la domanda prima che il camion fosse già ripartito. È già la logica di una piazza di mercato elettronica prima che l’espressione diventasse banale.
Non trasportavo nulla. Non diventavo trasportatore. Non compravo camion. Costruivo uno spazio informazionale che permettesse a chi aveva un bisogno di trasporto e a chi aveva una capacità disponibile d’incontrarsi direttamente.
La borsa dei carichi fu meno un’impresa di trasporto che un sistema destinato a ridurre un’asimmetria economica attraverso il collegamento elettronico.
Questo cambiamento può sembrare evidente oggi perché viviamo circondati da piattaforme. Il telefono che abbiamo in tasca conosce la nostra posizione, aggrega l’offerta, confronta i prezzi, mette in relazione sconosciuti e aggiorna la disponibilità quasi in tempo reale. Nel 1985 nulla di tutto ciò era naturale. Bisognava pensare tutto a partire da un mondo che restava largamente analogico.
La telematica francese ci dava tuttavia un vantaggio straordinario: il Minitel. La Francia possedeva lì un vantaggio che sarebbe stato spesso sottovalutato dopo l’arrivo di Internet. Per un’intera generazione, il Minitel è stato una scuola della connessione. Insegnava ai francesi che un’informazione poteva non essere più rinchiusa in un libro, un annuario o un file locale. Poteva essere richiamata a distanza. Interrogata. Aggiornata. E soprattutto poteva essere diversa domani mattina da ciò che era stasera.
Questa nozione di aggiornamento permanente era una rivoluzione concettuale. La carta ci aveva abituati all’edizione. Un’edizione appare, poi invecchia. La banca dati telematica introduceva qualcos’altro: la conoscenza come flusso. Ho compreso immediatamente la differenza.
Quando l’informazione diventa flusso, chi la struttura non è più semplicemente un editore. Costruisce un sistema vivente. Deve sapere che cosa entra, da dove viene, come si trasforma, come l’utente lo ritrova e per quanto tempo quell’informazione rimane pertinente.
La borsa dei carichi era un laboratorio ideale per comprendere questa nuova temporalità perché il valore dell’informazione vi scompariva molto rapidamente. Un’offerta di carico a Marsiglia per un camion che risale verso Lione non vale la stessa cosa quattro ore dopo, se il camion è già partito. Uno spazio disponibile oggi può essere inutile domani.
A differenza di una giurisprudenza o di un risultato d’asta, che possono acquisire un valore storico, il carico è un dato deperibile.
Bisognava dunque cominciare a pensare il tempo proprio di ogni dato. Questa scoperta cambiava il nostro modo di trattare il dato. Non tutte le informazioni invecchiano allo stesso modo. Alcune devono essere conservate per sempre. Altre devono essere continuamente sostituite. Alcune hanno valore per diversi decenni. Altre per poche ore.
Questa distinzione la ritroveremo in tutte le banche dati che costruiremo in seguito. Ma qui la si impara nell’urgenza del reale. Il camion aspetta. O meglio, non aspetta. Se il tuo sistema è troppo lento, il mondo fisico continua senza di te. Il dato diventa allora inutile prima ancora di essere stato correttamente trattato.
Questo spiega in parte la mia ossessione per la velocità, la potenza delle macchine, i tempi di risposta e la crescita del carico. La velocità non era per me un feticcio tecnologico. Era una componente del senso. Un’informazione che arriva dopo la decisione che avrebbe dovuto permettere non è più davvero un’informazione operativa. Diventa un archivio.
Abbiamo quindi cominciato a lavorare su macchine, reti e architetture capaci di far circolare questa nuova materia. Bisognava imparare tutto ciò che nessuno ti insegna quando i mestieri stessi stanno nascendo.
Come inserire rapidamente i dati.
Come evitare i duplicati.
Come identificare un trasportatore.
Come qualificare un tragitto.
Come codificare un punto di partenza e un punto d’arrivo.
Come trattare gli orari.
Come collegare un carico a una capacità.
Come evitare che un’informazione già obsoleta continui a essere proposta.
Come mettere in sicurezza gli accessi.
Come fare in modo che un sistema non diventi inutilizzabile proprio nel momento in cui molte persone cominciano a servirsene.
Ogni problema tecnico nascondeva in realtà una questione di struttura. È lì che il mio pensiero comincia a spostarsi. Non vedevo più semplicemente informazioni. Vedevo oggetti e le relazioni tra loro. Un trasportatore, un camion, una città, una merce. Una disponibilità, una direzione, un termine, una tariffa.
Il sistema doveva comprendere abbastanza questi oggetti da poter stabilire le relazioni giuste. Una banca dati non era dunque già più per me un grande magazzino digitale. Era una geometria. Bisognava costruire lo spazio in cui le informazioni avrebbero potuto incontrarsi.
È ciò che continueremo a fare per quindici anni in universi apparentemente senza rapporto. Il lavoro. Il diritto. Gli annunci legali. L’amministrazione. Le vendite giudiziarie. Internet. Poi Artprice.
Col senno di poi, vedo tornare uno stesso schema con una regolarità quasi inquietante: individuare un settore in cui l’informazione è frammentata. Comprendere l’asimmetria prodotta da questa frammentazione. Creare una banca dati. Normalizzare l’informazione. Collegare direttamente gli attori. Lasciare che questa nuova circolazione modifichi il mercato.
All’epoca non teorizzavo le cose così. Lavoravo. Provavo. Guardavo dove il sistema si rompeva. Cercavo di capire perché. Questa dimensione empirica governava tutto il mio metodo. Ho sempre avuto una capacità di proiettarmi lontano, ma non credo nelle visioni che restano pulite perché non hanno mai toccato il reale. Il reale sporca i concetti. È una buona cosa. Obbliga a scoprire ciò che non si era previsto.
La borsa dei carichi mi ha insegnato che la circolazione di un’informazione poteva avere un effetto economico immediato. Mi ha anche insegnato che quando riduci un’asimmetria modifichi necessariamente un rapporto di potere.
Le borse regionali dei carichi, gli intermediari tradizionali, le reti consolidate possedevano la propria utilità, le proprie abitudini e la propria economia. Un collegamento elettronico diretto poteva rendere progressivamente meno necessaria una parte di quel funzionamento.
Non voglio scrivere retrospettivamente che avrei da solo eliminato le vecchie borse dei carichi. Sarebbe storicamente troppo semplice. L’evoluzione generale delle tecnologie e del mercato ha ovviamente partecipato alla loro trasformazione. Ma la nostra piattaforma dimostrava concretamente che una circolazione elettronica poteva essere più rapida, più ampia e più efficace di certi modelli regionali tradizionali.
Ed è qui che comincia un apprendimento che mi seguirà ovunque: un’innovazione tecnologica non incontra soltanto problemi tecnici. Incontra interessi.
Chi beneficia di un’informazione rara non accoglie sempre con entusiasmo chi la rende accessibile. Chi ha il ruolo di mettere in relazione due attori non guarda necessariamente come a un progresso una macchina che comincia a effettuare direttamente una parte di quella relazione.
Eppure non avevo alcuna vocazione a uccidere gli intermediari. Questo lessico di guerra economica è troppo povero. La vera domanda era sempre la stessa:
Quale valore apporta l’intermediario quando l’informazione circola diversamente?
Se apporta competenza, consulenza, fiducia, responsabilità, il suo ruolo rimane. Se ha come unico vantaggio il controllo dell’accesso, allora la tecnologia finirà probabilmente per spostare quel vantaggio.
Ho ritrovato esattamente questo fenomeno con gli editori giuridici. Poi nelle vendite giudiziarie. Poi nel Mercato dell’Arte. La borsa dei carichi ne era una delle prime manifestazioni. Mi ha soprattutto insegnato a guardare il dato come una materia economica. Dico proprio una materia. Perché possiede proprietà. Può essere rara o abbondante. Fresca o obsoleta. Verificata o dubbia. Locale o nazionale. Privata o pubblica. Facile da riprodurre ma costosa da strutturare.
Un dato grezzo non è quasi mai il prodotto finito. Il valore risiede nel lavoro che permette di dargli un posto, una temporalità e una relazione con altri dati. È questa idea che verrà poi industrializzata in Groupe Serveur.
Ma prima di Groupe Serveur occorreva quel periodo quasi primitivo in cui ogni problema obbligava a inventare un modo di pensare. Eravamo all’epoca delle prime macchine nel senso quasi carnale del termine. L’informatica non era ancora trasparente.
Le macchine avevano una presenza. Occupavano spazi. Scaldavano. Si guastavano. Le capacità di archiviazione erano preziose. Le velocità di trasmissione erano minuscole rispetto a quelle di oggi. Bisognava conoscere la macchina per chiederle molto.
Questa prossimità fisica mi ha probabilmente evitato un errore che vedo spesso oggi: credere che il digitale sia immateriale. Nulla è immateriale.
Dietro un’informazione che appare istantaneamente su uno schermo esistono infrastrutture, energia, protocolli, uomini, programmi, procedure. La dematerializzazione non elimina mai la materia. Sposta la materia. E crea una nuova materia: il dato.
Questa formulazione può sembrare paradossale. Eppure è esattamente quella che corrisponde alla mia esperienza. A partire da quegli anni comincio a lavorare l’informazione come lavorerò più tardi il ferro e l’acciaio. Ne cerco la struttura. La resistenza. I possibili assemblaggi.
Un dato mal qualificato è come un pezzo metallico mal lavorato: contamina l’intero montaggio. Una categoria mal costruita produce errori su vasta scala. Un duplicato può modificare un calcolo. Una temporalità sbagliata può rendere falsa un’informazione.
Occorre dunque una precisione che non ha nulla a che vedere con l’immagine romantica di Internet come spazio senza vincoli. È un’industria. La grande fortuna di quel periodo fu avere dovuto imparare l’industria dei dati prima che la parola diventasse di moda.
Non avevamo ancora Artprice. Non avevamo ancora Groupe Serveur nella sua forma futura. Non avevamo ancora il Serveur Judiciaire. Ma una disciplina si formava. Raccogliere. Qualificare.
Normalizzare. Distribuire. Aggiornare. Far reggere la macchina. E osservare sempre ciò che la nuova circolazione dell’informazione produceva nel mondo fisico.
Non mi interessava una dimostrazione informatica che funzionasse davanti a tre ingegneri. Volevo che il camion non risalisse più vuoto. Questa frase forse riassume tutto. La tecnologia doveva produrre una conseguenza umana misurabile. Meno chilometri inutili. Un migliore utilizzo dello strumento di lavoro. Un maggiore accesso ai mercati per il piccolo trasportatore. Una diminuzione del vantaggio detenuto da chi conosceva da solo l’informazione.
È lì che l’informatica è diventata per me una forma d’azione politica nel senso più ampio: non la politica dei partiti, ma la modifica della ripartizione concreta delle possibilità. Dare un’informazione a qualcuno significa talvolta dargli un potere che non aveva. Questa concezione dell’informazione come potere non mi abbandonerà più.
Il Minitel l’amplificherà. Le banche dati giuridiche l’amplificheranno ancora. Artprice ne farà una dottrina mondiale. Internet trasformerà la scala. E l’intelligenza artificiale, quarant’anni più tardi, porrà esattamente la stessa domanda con una potenza infinitamente superiore:
Chi può accedere a quale conoscenza, con quale profondità e a quale velocità?
Ma nel 1985 tutto questo sta ancora in una scena molto più semplice. Un camion viaggia. Da qualche parte un carico lo aspetta. Non s’incontrano perché l’informazione non circola. Guardo questa assurdità e comprendo che lì esiste un problema che la macchina può risolvere.
È l’inizio. Non l’inizio del mio interesse per la tecnologia. Qualcosa di più profondo. L’inizio di una convinzione che organizzerà tutto il seguito: quando l’informazione comincia a essere strutturata e messa in movimento, smette di essere un semplice sapere. Diventa una forza agente. Diventa materia.
Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA
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