ARCANO 17 / ~19 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 296–323
Vedere prima di calcolare
Le prime macchine
Ho sempre avuto bisogno di vedere prima di calcolare. Non è una formula. È probabilmente una delle caratteristiche più antiche del mio modo di pensare. Prima delle cifre, prima delle equazioni, prima delle righe di codice, qualcosa deve prendere forma nella mia mente.
Devo potergli girare attorno. Comprenderne le masse. Vedere ciò che si trova davanti, dietro, sopra. Spostare mentalmente gli elementi finché appaia una coerenza. Soltanto dopo vengono gli strumenti.
Il calcolo verifica.
La tecnica misura.
L’ingegnere controlla.
La macchina esegue.
Ma il primo gesto è altrove. È in quella strana capacità di costruire una forma prima che esista.
Alla fine degli anni 1980, questa intuizione incontrò una tecnologia che avrebbe modificato profondamente il mio rapporto con l’immagine. Si chiamava Lumière 999. Non l’ho costruita da solo. Tengo che questo venga detto con precisione, perché le storie tecnologiche hanno una spiacevole tendenza, con il tempo, a fabbricarsi un inventore solitario.
François Moillo ha svolto un ruolo determinante nella sua concezione e nel suo sviluppo.
François ha occupato nella mia formazione un posto molto più profondo di quanto potrebbe lasciare pensare la sola storia di una stazione grafica. Per lunghi anni mi ha trasmesso una conoscenza straordinariamente concreta dell’arte: le materie, le tecniche, i procedimenti, le alterazioni, la perizia, i falsi, i falsari, il modo in cui un’opera porta nel proprio corpo la traccia della propria fabbricazione.
Poteva guardare una materia e raccontare quasi immediatamente ciò che le era accaduto. Sapeva che un’immagine non si riduce mai a ciò che rappresenta.
Possiede una pelle.
Una storia.
Una chimica.
Una luce.
Una tecnica.
Una successione di gesti.
Questa frequentazione ha cambiato il mio sguardo. Per comprendere un’immagine, bisognava imparare a vedere ciò che si trovava dietro l’immagine.
Eravamo allora in un momento molto particolare della storia informatica. Il grande pubblico cominciava a scoprire macchine personali ancora estremamente limitate rispetto a quelle che maneggiamo oggi.
L’immagine digitale, così come la conosciamo ormai, non era ancora diventata una materia banale. Una fotografia non era qualcosa che si spostava istantaneamente da un telefono all’altro.
Lavorare un’immagine ad altissima definizione significava affrontare volumi di dati considerevoli, memorie rare, tempi di calcolo e periferiche specializzate. Era proprio questo ad attirarmi. Non sono mai stato affascinato da una tecnologia perché era nuova. Mi interessava quando permetteva di vedere qualcosa che, fino ad allora, rimaneva invisibile.
Con François abbiamo cominciato a lavorare su strumenti grafici estremamente avanzati per l’epoca. Una parte dei componenti tecnologici a cui avevamo accesso proveniva dall’ambiente Matra e da trasferimenti verso applicazioni civili di tecnologie di elaborazione grafica e di riconoscimento particolarmente sofisticate.
Oggi preferisco lasciare da parte le fantasie militari. Aggiungono spettacolo e spesso tolgono intelligenza. Ciò che mi interessava era molto più semplice: tecniche sviluppate in ambienti industriali di altissimo livello diventavano disponibili per pensare l’immagine diversamente. Che cosa se ne poteva fare? Ecco la domanda.
Abbiamo chiamato questa architettura Lumière 999. Il numero non era innocente. 999 mi accompagnerà a lungo. Molto più tardi riapparirà nel film iniziatico della demeure du chaos.
Ma a quell’epoca designava anzitutto una macchina, o più esattamente un modo nuovo di concepire la catena della creazione. Una frase dei nostri documenti dell’epoca la riassume perfettamente: la stazione grafica Lumière 999 era stata pensata per permettere di concepire tutto, dal bozzetto alla messa in pulito definitiva.
Tutto era già lì. Non volevo fabbricare uno strumento specializzato rinchiuso in una sola professione. Volevo una macchina capace di accompagnare lo spostamento di un’idea fino alla sua forma quasi definitiva.
Un edificio, una barca, una macchina industriale, un imballaggio, una carta, un manifesto, un libro, un oggetto, un’immagine o un inserimento in un paesaggio: tutto poteva passare attraverso la stessa logica. Il digitale non doveva più servire soltanto a disegnare ciò che esisteva. Doveva permettere di vedere ciò che non esisteva ancora.
Oggi siamo così abituati alle simulazioni, ai rendering 3D, alle architetture virtuali e alle immagini generate che dimentichiamo ciò che significava questa idea alla fine degli anni 1980. Vedere un progetto prima della sua fabbricazione modificava il rapporto con la decisione.
Si poteva provare.
Spostare.
Cambiare una materia.
Modificare un colore.
Trasformare una prospettiva.
Tornare indietro.
Confrontare più futuri.
Il costo dell’errore cambiava natura perché una parte dell’errore poteva ormai prodursi nell’immagine prima di prodursi nella materia reale. Era questo che cercavo.
Vedere prima di costruire.
Vedere prima di produrre.
Vedere prima di calcolare definitivamente.
Lavoravamo simultaneamente con due universi che talvolta vengono contrapposti a torto: il vettoriale e il raster.
Il vettoriale costruiva la geometria.
Le linee.
Le curve.
I volumi.
I contorni calcolabili.
Il raster introduceva un’altra dimensione: quella della materia fotografica, del pixel, della texture, di ciò che resiste alla pura geometria. Bisognava far dialogare i due. Un oggetto perfettamente vettorializzato può essere tecnicamente giusto e visivamente morto. Il reale non è mai perfettamente pulito. Ci sono accidenti.
Una luce.
Un’ombra.
Una traccia.
Una vegetazione.
Una pelle.
Una presenza umana.
È spesso l’imperfezione a rendere credibile l’immagine. Questa lezione mi rimarrà. La ritroverò molto più tardi nell’intelligenza artificiale. Un modello può produrre qualcosa di matematicamente plausibile senza per questo produrre qualcosa che il nostro sguardo accetti come vivo. Tra la coerenza calcolata e la verità percepita sussiste un territorio molto più complesso.
Lavoravamo su schermi monocromatici con una definizione che rimane, nel mio ricordo, straordinaria per l’epoca, nell’ordine di 4 000 per 6 000 pixel in alcune configurazioni. Fornisco volutamente questo valore come un ricordo tecnico, e non come una specifica certificata che pretenderei di ritrovare quarant’anni dopo nella mia testa con la precisione del singolo pixel.
Ma l’ordine di grandezza dice qualcosa. Eravamo molto lontani dall’elaborazione ordinaria d’immagini al computer di quel periodo.
Questi schermi erano monocromatici. Oggi sorprende. Si potrebbe credere che uno schermo a colori sia necessario per produrre un’immagine a colori. E invece no. Il colore poteva essere scomposto. Lavoravamo separatamente i passaggi rosso, verde e blu. RGB. Non CMYK.
Ogni componente poteva essere oggetto del proprio trattamento, dei propri calcoli, delle proprie correzioni. Poi le tre informazioni venivano ricomposte. Il colore finale era dunque il risultato di una successione d’operazioni che l’occhio non vedeva mai simultaneamente nel momento in cui venivano prodotte.
Questo modo di lavorare mi ha insegnato molto. Mostrava che ciò che chiamiamo un’immagine è già una ricostruzione. Crediamo di vedere un’unità. La macchina vede componenti. Crediamo di percepire immediatamente un colore. Il sistema lo scompone.
Crediamo che l’immagine sia davanti a noi. È in realtà prodotta da una serie d’operazioni invisibili. Questa scoperta tecnica si congiungeva a qualcosa che conoscevo già intuitivamente: il visibile è sempre la superficie di un’architettura invisibile.
Alcune immagini potevano rappresentare volumi di dati che mi sembra abbiano raggiunto 330 megabyte, cosa che, ricollocata nelle capacità informatiche di quel periodo, cambia completamente la percezione dell’esperienza. Trecento megabyte oggi non significano quasi nulla. A quell’epoca erano una massa.
Bisognava pensare l’archiviazione.
Il trasferimento.
La memoria.
Le elaborazioni.
L’attesa.
La restituzione.
La minima operazione doveva avere una ragione. Non si lanciavano cento varianti per distrazione. Ogni calcolo aveva un peso. Questo vincolo poteva sembrare penoso. Possedeva anche una virtù. Obbligava a pensare prima di agire.
Vedere prima di calcolare non significava rifiutare il calcolo. Significava sapere quale direzione dargli.
La restituzione costituiva da sola un’avventura. Potevamo lavorare fino a produrre immagini destinate a uscite fotografiche di grande qualità, in particolare su supporto Ektachrome di grande formato.
L’immagine lasciava allora la macchina. Tornava a essere luce. Poi chimica. Poi materia. Questo passaggio mi affascinava. Il digitale non aboliva le tecniche antiche. Veniva a collegarsi a esse. Sequenze di numeri finivano su un’emulsione fotografica che si poteva prendere in mano.
Ho sempre amato questi cambiamenti di stato.
Un’idea diventa numero.
Il numero diventa luce.
La luce diventa materia.
La materia diventa immagine.
E l’immagine ritorna nell’occhio di un essere umano.
Questo circuito costituisce già una filosofia dell’informazione.
François Moillo ha contribuito enormemente a questa comprensione. Era al tempo stesso abbastanza scienziato da non cedere mai al vago e abbastanza artista da sapere che una misura esatta non esaurisce mai un’immagine. Era questa duplice qualità a interessarmi.
Non ho mai amato la separazione semplicistica tra tecnici e artisti. È spesso prodotta da chi conosce male entrambi i mondi. Leonardo da Vinci probabilmente non avrebbe compreso questa separazione. Costruire una prospettiva, studiare l’ottica, dissezionare un corpo, osservare un flusso o dipingere un volto appartenevano per lui a una stessa attività di conoscenza.
Con le Stations Lumière ritrovavo qualcosa di questa unità. La macchina non era nemica dell’arte. Costituiva un nuovo laboratorio dello sguardo.
È anche in questo periodo che il nostro lavoro sull’immagine digitale incontrò, in modo quasi vertiginoso, l’origine stessa del cinema. Mi avvicinai a Bernard Chardère, la cui conoscenza della storia del cinema e del patrimonio Lumière era immensa. Abbiamo lavorato sui film Lumière e sui materiali originali.
E ancora una volta la mia reazione fu la stessa che in tutti gli ambiti che affrontavo. Volevo vedere la fonte. Non soltanto il commento sulla fonte.
Il documento.
La pellicola.
Il fotogramma.
L’oggetto materiale.
Questa ossessione attraverserà tutta la mia vita.
Nel diritto vado al testo.
Nel Mercato dell’Arte, al catalogo di vendita.
In una firma, al tratto.
In un edificio, all’archivio.
Nel cinema, al film.
Diffido degli strati successivi d’interpretazione quando hanno finito per far dimenticare ciò che interpretano.
Con i film Lumière questo metodo assumeva un senso quasi fisico. Non bastava dire che una versione era più antica di un’altra. Bisognava cercare gli indizi.
Confrontare.
Guardare le differenze.
Studiare i fotogrammi.
Esaminare le ombre.
Gli abiti.
La luce.
Gli elementi architettonici.
Le iscrizioni.
Confrontare ciò che si trovava nell’immagine con ciò che gli archivi potevano attestare. Una parte di questi lavori ha contribuito a documentare la storia delle diverse versioni de L’uscita dalle officine Lumière e a consolidare l’identificazione adottata dai ricercatori per la versione del 19 marzo 1895 come la più antica versione conosciuta.
Voglio conservare questa formulazione prudente. La memoria personale ama le certezze. La storia, invece, esige prove. Quarant’anni dopo, non voglio trasformare un ricordo magnifico in un’affermazione più ampia dei documenti che l’attestano.
Ciò che m’interessa di più è il metodo. Usavamo tecnologie tra le più avanzate a cui potessimo accedere per interrogare immagini situate all’alba stessa del cinema.
Questo incontro mi sconvolge ancora quando ci penso. Da un lato, qualche decina di secondi girati a Lione alla fine del XIX secolo. Dall’altro, sistemi digitali che annunciavano un modo radicalmente nuovo di fabbricare ed esaminare le immagini. Quasi un secolo separava i due. Eppure s’incontravano sullo stesso schermo.
Credo sia in quel momento che il nome Lumière abbia assunto per me tutta la sua profondità. Non era una veste commerciale. Esisteva una filiazione. I fratelli Lumière avevano trasformato la relazione dell’umanità con l’immagine in movimento.
Entravamo in un’altra età in cui l’immagine poteva diventare calcolabile: modificabile, scomponibile, interpolabile, trasportabile come informazione, restaurabile mediante il calcolo e poi ricomponibile.
La stessa parola riuniva due soglie. Lumière. La luce fisica che impressiona una pellicola. Poi la luce ricostruita a partire da dati. C’era qualcosa di troppo giusto perché fosse soltanto un nome di prodotto.
Abbiamo lavorato anche su procedimenti che permettevano d’ingrandire, interpolare ed elaborare immagini la cui definizione originale era limitata. La parola upscaling è oggi banale. I sistemi contemporanei, in particolare quelli che usano l’intelligenza artificiale, compiono operazioni di una potenza incomparabile con quelle di cui disponevamo.
Non voglio soprattutto creare anacronismi. Ovviamente non avevamo gli attuali modelli generativi.
Ma la domanda intellettuale era già posta:
Che cosa si può ragionevolmente ricostruire tra le informazioni presenti?
È una domanda immensa.
Quando ingrandisci un’immagine, non puoi creare magicamente una verità che non esiste nella fonte.
Puoi calcolare.
Interpolare.
Confrontare.
Stimare le continuità.
Rafforzare certe strutture.
Ma a ogni istante si pone una frontiera tra ciò che l’immagine contiene e ciò che il sistema aggiunge. Allora non potevo saperlo, ma questa frontiera sarebbe diventata una delle grandi questioni filosofiche dell’intelligenza artificiale generativa.
In quale momento una ricostruzione smette di essere una restituzione? In quale momento diventa un’invenzione? E quando l’invenzione è così verosimile che dimentichiamo che non era nell’originale?
Incontravamo già, in una forma primitiva, il problema della prova.
Un’immagine non è mai innocente.
Può essere corretta.
Trasformata.
Ritagliata.
Interpolata.
Ricolorata.
Composta.
Non appena l’immagine diventa dato, acquista una nuova potenza ma perde simultaneamente una parte dell’innocenza che il XX secolo le aveva attribuito. Si era detto a lungo: «L’ho visto sulla fotografia». Come se questa frase bastasse. Il digitale avrebbe distrutto questa certezza.
Penso di avere compreso molto presto che l’immagine avrebbe progressivamente smesso di essere una prova in se stessa. Più gli strumenti di fabbricazione sarebbero diventati potenti, più avremmo avuto bisogno di sapere da dove venisse l’immagine.
Chi l’avesse prodotta.
In quale momento.
A partire da quale fonte.
Con quali trasformazioni.
Questa problematica mi accompagnerà fino ad Artprice.
Un’immagine di un’opera non è mai soltanto un’illustrazione.
Può diventare un elemento d’identificazione.
Di confronto.
Di provenienza.
Di perizia.
Ma soltanto se si sa che cosa sia e da dove venga. Mi accompagnerà anche fino alla demeure du chaos, che diventerà una gigantesca macchina per produrre, accumulare e confrontare le immagini della storia contemporanea. E mi accompagna oggi con l’intelligenza artificiale, nel momento in cui un’immagine mai esistita può essere prodotta in pochi secondi con un grado di verosimiglianza straordinario.
Quando guardo questa continuità, comprendo che le Stations Lumière furono molto più di un’avventura tecnologica. Sono state una scuola del dubbio. Mi hanno insegnato che un’immagine va guardata come una costruzione. Che la sua bellezza non dice nulla della sua verità. Che la sua precisione non ne garantisce l’origine. Che la risoluzione non è la conoscenza.
E soprattutto che vedere di più non significa automaticamente comprendere di più. Bisogna sapere che cosa si guarda.
Ritrovo François in questa lezione. La sua conoscenza dei falsi e delle tecniche artistiche si congiungeva naturalmente a questa riflessione. Per comprendere un falso, non basta conoscere lo stile di un artista. Bisogna comprenderne la fabbricazione.
Il supporto.
Il pigmento.
La materia.
Lo strumento.
L’invecchiamento.
Le abitudini.
Gli accidenti.
Tutto ciò che sfugge all’immagine generale e appartiene alla profondità dell’oggetto. L’occhio deve imparare a leggere più strati insieme. È anche ciò che faceva la macchina.
Scomponeva.
Isolava.
Misurava.
Confrontava.
L’umano e il calcolo potevano allora diventare complementari. È qui che comincia davvero il mio rapporto con ciò che oggi chiamiamo intelligenza artificiale.
Mi guarderei bene dal dire che Lumière 999 fosse un’IA nel senso contemporaneo. Ma lavoravo già in un mondo in cui una macchina poteva partecipare a operazioni di riconoscimento, elaborazione, interpolazione, simulazione e decisione sull’immagine.
Questo cambiava necessariamente il modo di pensare. La macchina smetteva progressivamente di essere soltanto uno strumento aritmetico. Diventava un ausilio dello sguardo. E quando una macchina comincia a partecipare allo sguardo, appare immediatamente una nuova domanda:
Che cosa vede che io non vedo?
Poi la sua simmetrica: Che cosa vedo io che essa non potrà mai misurare in questo modo?
Tutta la relazione tra l’umano e l’intelligenza artificiale si trova forse già in questo scarto.
Una macchina può confrontare milioni di pixel.
Un essere umano può essere fermato da un’ombra.
Essa può misurare una continuità.
Egli può avvertire un’anomalia senza saperla ancora nominare.
Essa può individuare regolarità.
Egli può comprendere che l’irregolarità è proprio ciò che conta.
L’errore consiste nel chiedere quale dei due debba vincere. Non è la domanda giusta. La domanda è come le loro forme di percezione possano completarsi senza che l’una distrugga la responsabilità dell’altra.
Questo principio è rimasto costante in tutto ciò che ho costruito. Non ho mai voluto che la tecnologia sostituisse lo storico. Volevo che gli permettesse di vedere più lontano. Non ho mai voluto che sostituisse l’esperto. Volevo che gli permettesse di confrontare più tracce. Non ho mai voluto che sostituisse l’artista. Volevo che gli desse accesso a forme fino ad allora impossibili.
La macchina diventa pericolosa quando le si delega la responsabilità di pensare al nostro posto. Diventa straordinaria quando amplia il territorio in cui possiamo pensare.
Era ciò che sentivo davanti a quelle prime immagini.
Potevamo vedere un edificio prima della sua costruzione.
Un oggetto prima della sua fabbricazione.
Un paesaggio dopo una trasformazione che non era ancora avvenuta.
Una fotografia antica a una scala che non aveva mai conosciuto.
Una componente rossa, verde o blu separata dalle altre.
Un’immagine satellitare come un territorio di dati.
Il mondo visibile si rivelava all’improvviso scomponibile e ricomponibile. Questo avrebbe potuto condurre a una fascinazione tecnica. In me produsse piuttosto un’inquietudine filosofica. Se il mondo può essere scomposto in dati e poi ricostruito, che cosa garantisce ancora che la sua ricostruzione sia il mondo?
Questa domanda non ha smesso di crescere. Oggi si trova al centro della nostra civiltà. Entriamo in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è stato ripreso e ciò che è stato generato diventa talvolta inaccessibile al solo sguardo. Le immagini sintetiche non sono più riconoscibili dalla loro povertà. Possono ormai superare la fotografia nella loro seduzione.
Dovremo dunque ricostruire altrove la fiducia che avevamo riposto nell’occhio.
Nelle fonti.
Nella tracciabilità.
Nei metadati.
Nella catena di custodia.
Nel confronto.
Nella prova sottoposta al contraddittorio. Ritrovavo la logica che mi aveva condotto, nelle banche dati documentarie, a non separare mai l’informazione dalla propria origine. L’immagine appartiene a questa architettura della conoscenza.
Avevamo imparato a rendere abitabile il sapere. Avevamo imparato che l’informazione poteva diventare una materia. Con Lumière 999 questa materia acquisiva una dimensione supplementare. Poteva diventare visibile prima di esistere.
Oggi misuro quanto questa esperienza preparasse il mio modo di costruire la demeure du chaos.
Per anni ho potuto muovermi mentalmente in spazi che non erano ancora trasformati.
Collocare masse.
Anticipare relazioni.
Vedere come una scultura avrebbe dialogato con un’altra.
Sentire che una prospettiva avrebbe funzionato o che doveva essere distrutta.
Il calcolo e i professionisti venivano poi a verificare ciò che l’intuizione spaziale aveva prodotto. Non pretendo mai che un’intuizione sostituisca un ingegnere. Gli dà un oggetto da verificare. È tutta qui la differenza. Non chiedo al calcolo di creare la mia visione. Gli chiedo di dirmi se il mondo fisico accetti di riceverla.
«Vedere prima di calcolare» non ha dunque mai significato disprezzare la scienza. Al contrario. Per rispettare davvero una misura, bisogna sapere che cosa le si chiede di misurare. La visione formula il problema. La scienza ne mette alla prova la possibilità. La tecnica costruisce il passaggio.
Questa alleanza mi accompagnerà ovunque.
Nelle banche dati.
In Groupe Serveur.
In Artprice.
Nella scultura.
Nell’architettura.
Nella demeure du chaos.
E oggi nel mio rapporto con l’intelligenza artificiale.
L’esperienza Lumière mi ha insegnato anche un’altra cosa: le tecnologie più avanzate diventano appassionanti quando incontrano la memoria. Avremmo potuto limitarci a produrre immagini del futuro. Abbiamo usato quegli strumenti anche per tornare alle prime immagini del cinema.
Questo gesto contiene probabilmente tutta la mia traiettoria. Non credo nel progresso che cancella ciò che lo precede. Credo nella tecnologia che accresce la nostra capacità d’interrogare ciò che ci ha preceduto. Il futuro mi interessa soltanto se possiede una memoria. Altrimenti è solo un’accelerazione.
Forse è per questo che il nome Lumière mi è rimasto.
Riuniva la scienza e l’arte.
La chimica e l’immagine.
La tecnica e la memoria.
L’invenzione e la trasmissione.
Ricordo anche quel periodo come un momento in cui andavamo a vedere chi aveva consacrato la propria vita all’immagine. Il passaggio da Studio Harcourt Paris apparteneva a questo stesso atteggiamento. Non ci andavo come qualcuno che venisse a cercare un segno esteriore di distinzione.
Vi vedevo un luogo in cui si era accumulata una scienza della luce, del volto e del ritratto. Una memoria professionale. Un sapere che generazioni avevano levigato. Ho sempre provato una forma di rispetto quasi istintivo davanti a chi padroneggia davvero una tecnica. La vera maestria rende raramente arroganti. Rende precisi.
Si riconosce qualcuno che conosce profondamente una materia dal modo in cui sa che essa può resistergli.
François possedeva questo.
Anche Bernard Chardère nel proprio ambito.
Anche i grandi artigiani dell’immagine.
Cercavo la loro vicinanza perché le loro conoscenze m’impedivano di diventare prigioniero della tecnologia stessa. Una macchina nuova può dare molto in fretta l’illusione che tutto cominci con lei. È falso.
Dietro un software di elaborazione delle immagini ci sono secoli di prospettiva.
Dietro una tavolozza digitale, secoli di teoria dei colori.
Dietro una macchina da presa, l’ottica.
Dietro l’ottica, la fisica.
Dietro il ritratto, un’intera storia della rappresentazione umana.
La tecnologia non è mai un anno zero. È uno strato supplementare.
È precisamente per questo che il termine trasmissione è così importante per me. François Moillo non mi ha semplicemente trasmesso conoscenze che avrei potuto sostituire più tardi con altre. Mi ha trasmesso un modo di guardare. È molto più difficile da quantificare.
Un maestro non ti dà soltanto risposte. Modifica la struttura delle domande che ti porrai per tutta la vita. Credo che sia ciò che è accaduto.
Quando oggi guardo un’immagine prodotta da un’intelligenza artificiale, una parte di me osserva ancora con gli occhi formati in quegli anni.
Guardo la materia che non esiste.
Le ombre.
La continuità.
Le incoerenze.
Il rapporto tra il dettaglio e l’insieme.
Cerco la fabbricazione dietro l’apparenza. La tecnologia è cambiata di diversi ordini di grandezza. Il gesto interiore è rimasto. Non lasciarsi mai ipnotizzare dal risultato. Cercare il processo.
Questo principio assumerà una portata nuova nel mondo che arriva. Per molto tempo l’umanità ha imparato a diffidare del testo. Sappiamo che un testo può mentire. Sappiamo che un testimone può sbagliare. Sappiamo che una propaganda può fabbricare un racconto. Avevamo conservato verso l’immagine una fiducia molto più profonda.
Sembrava portare la traccia fisica di ciò che si era trovato davanti all’obiettivo. Questo periodo è finito. L’immagine diventa a sua volta un linguaggio capace d’inventare con il realismo della prova. Dovremo diventare più intelligenti del nostro stesso sguardo.
Non lo trovo tragico. Lo trovo esigente. Ogni grande tecnologia ci toglie un’ingenuità. Poi ci obbliga a costruire una conoscenza più profonda.
La scrittura ha esternalizzato la memoria.
La fotografia ha sconvolto la rappresentazione.
Il cinema ha trasformato il tempo in immagine.
L’informatica ha trasformato l’immagine in dato.
L’intelligenza artificiale trasforma ora il dato in possibilità.
A ogni tappa qualcosa va perduto. A ogni tappa qualcos’altro diventa pensabile.
Bisogna semplicemente rifiutare due atteggiamenti simmetrici: la paura della tecnologia e la sua adorazione. Non credo né nell’una né nell’altra. Una tecnologia non è mai un destino. È una potenza. E ogni potenza pone immediatamente la questione di ciò che ne faremo.
Nel 1987, davanti alle Stations Lumière 999, non potevo ovviamente conoscere il mondo che sarebbe stato il nostro quarant’anni più tardi. Non potevo immaginare che un giorno una macchina avrebbe fabbricato istantaneamente una fotografia di una scena mai avvenuta. Non potevo prevedere che miliardi d’immagini sarebbero state prodotte ogni giorno, copiate, trasformate, analizzate e distribuite su un pianeta quasi istantaneamente connesso.
Ma potevo già vedere qualcosa. L’immagine aveva appena cambiato natura. Non era più soltanto ripresa. Diventava calcolata.
A partire da lì, tutto diventava possibile.
Il meraviglioso.
La conoscenza.
La simulazione.
Il restauro.
La creazione.
Ma anche il falso.
La manipolazione.
La scomparsa della prova immediata.
Lo stesso strumento apriva tutte le direzioni.
Forse è questo che chiamo vedere prima di calcolare. Vedere non consiste soltanto nell’anticipare la forma di un oggetto. È cercare di scorgere le conseguenze di uno strumento prima che la sua potenza ci obblighi a subirle.
Ovviamente non ci sono sempre riuscito. Nessuno ci riesce. Ma ho cercato di vivere in questo modo. Guardare un sistema nascente. Cercare ciò che potrebbe diventare. E quando un’intuizione mi sembrava abbastanza forte, cominciare a costruire senza aspettare che il mondo avesse deciso che il momento era arrivato.
Lumière 999 appartiene a questa storia. Anche François Moillo. Non come una nota a piè di pagina tecnologica. Come uno degli uomini che mi ha insegnato che l’occhio può essere educato, che la materia parla, che il falso possiede sempre una genealogia e che una tecnologia ha senso soltanto quando accresce la profondità dello sguardo.
Le macchine sono cambiate. Gli schermi monocromatici sono scomparsi. Trecento megabyte non fanno più paura a nessuno. I passaggi RGB sono diventati un’astrazione ignorata dalla maggior parte degli utenti. I calcoli che richiedevano pazienza sono diventati istantanei.
Ma la domanda non è invecchiata. Forse è diventata più importante che mai.
Che cosa vediamo realmente quando guardiamo un’immagine?
E dietro di essa:
Chi ha costruito ciò che crediamo di vedere?
Per tutta la vita avrò cercato di guardare dietro la superficie. Le Stations Lumière furono uno dei primi luoghi in cui compresi che, ormai, dietro l’immagine ci sarebbero stati anche algoritmi.
Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA
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