ARCANO 34 / ~2 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 553–555
Wan Jie, la chiamata da Pechino
La memoria mondiale del mercato dell’arte
Per quasi quarant’anni, Nadège e io avevamo dedicato la vita a ricostruire la memoria mondiale del Mercato dell’Arte. L’Europa ci aveva trasmesso i propri archivi.
L’America ci aveva trasmesso le proprie biografie. Pensavamo allora di aver raggiunto una forma di equilibrio. Ci sbagliavamo.
Una mattina squillò il telefono. Pochi giorni dopo fui ricevuto all’ambasciata cinese. Mi aspettavo un incontro protocollare. Nel corso di quello scambio, i miei interlocutori mi dissero di conoscere Artprice, la sua reputazione e il suo rigore documentale.
Mi esposero una questione molto precisa: quale posto occupava ormai il Mercato dell’Arte cinese nella gerarchia mondiale?
La Cina era diventata la seconda potenza mondiale del Mercato dell’Arte? O già la prima?
Secondo quanto mi fu presentato durante quell’incontro, desideravano che un operatore occidentale indipendente esaminasse la questione con una metodologia documentata. Capii subito che non eravamo più lì per vendere una tecnologia: ci veniva chiesto di applicare il nostro metodo di misurazione.
Ho interpretato questo passo come la ricerca di uno sguardo esterno abbastanza indipendente perché il risultato potesse essere discusso sulla base delle cifre e del metodo, e non di una preferenza politica o nazionale.
Sentii allora un’immensa responsabilità. In quell’incontro vedevo, più che un’operazione economica, un atto di fiducia fra interlocutori provenienti da due diverse tradizioni culturali e documentali.
Conoscevo già profondamente la Cina. Non soltanto attraverso i libri. L’avevo percorsa. L’avevo osservata. L’avevo amata.
Avevo conosciuto una Cina ancora povera. Una Cina di biciclette. Una Cina in cui le strade a volte erano ancora soltanto piste di terra. Una Cina che portava ancora le cicatrici del secolo della vergogna, delle guerre dell’Oppio, delle invasioni giapponesi, della Lunga Marcia e della Rivoluzione culturale.
Avevo seguito con passione anche l’opera di Deng Xiaoping. Per molti occidentali fu semplicemente il dirigente dell’apertura economica. Per me rappresentava molto di più. Era l’uomo che aveva capito che una civiltà plurimillenaria poteva entrare nell’economia moderna senza rinunciare alla propria identità profonda.
Fin dall’adolescenza leggevo tutto ciò che potevo trovare sulla Cina. La sua storia. La sua filosofia. I suoi scienziati. I suoi ingegneri. I suoi grandi progetti. Le sue Vie della Seta. Il suo programma spaziale. La sua rinascita industriale.
Non guardavo mai la Cina con paura. La guardavo con curiosità.
Credo che i responsabili cinesi lo abbiano capito subito. Sapevano che non venivo a spiegare loro che cosa fossero.
Venivo anzitutto ad ascoltarli.
Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA
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