ARCANO 37 / ~4 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 589–593

1999, la materia prima

La nascita della demeure du chaos


Potrei cercare di scegliere un istante preciso e dire: tutto è cominciato quel giorno. Sarebbe falso. Un’opera di questa natura non ha un punto zero perfettamente identificabile. Conosce un periodo di cristallizzazione.

Il 1999 fu quella cristallizzazione.

Il momento in cui pensieri che mi accompagnavano da decenni cominciarono a trovare un territorio comune.

L’alchimia.

La materia.

La rete.

La geopolitica.

La memoria.

La scultura.

Il diritto.

La libertà.

Tutto poteva ormai entrare in uno stesso spazio.

Non sapevo ancora che quel territorio sarebbe diventato un giorno un’opera di diverse migliaia di pezzi, visitata da milioni di visitatori, studiata da architetti, storici, geometri, accademici, conservatori e scienziati.

Non sapevo neppure che, il 20 marzo 2025, il ministero della Cultura avrebbe riconosciuto ufficialmente la demeure du chaos come Opera d’Arte Totale, consacrando istituzionalmente ciò che, all’origine, esisteva ancora soltanto sotto forma di un’intuizione e di pochi gesti.

E soprattutto non sapevo ancora che cosa quell’opera avrebbe preteso da noi. Perché un’opera totale non chiede soltanto talento. Chiede tempo. Chiede corpi. Chiede errori. Chiede sacrifici.

A volte chiede di rinunciare al conforto della separazione fra la vita e il lavoro, fra l’atelier e la casa, fra la famiglia e l’opera. Questo lo abbiamo imparato progressivamente.

Intorno alla demeure du chaos c’erano Nadège, Sydney, poi, nel corso degli anni, compagni, ricercatori, fabbri, ingegneri, storici, geometri, fotografi, informatici, conservatori, restauratori e giuristi. Decine, poi centinaia di persone hanno attraversato questa storia, alcune regolarmente, altre occasionalmente.

Quando oggi guardo una Sentinella, un muro, una lastra d’acciaio, un frammento di Ground Zero o un’infrastruttura invisibile, non vedo mai soltanto l’oggetto.

Vedo le mani.

Le notti.

Le discussioni.

Gli errori ricominciati.

Il volto di chi saldava.

Quello di colei che documentava.

Quello di Nadège, che organizzava ciò che a volte lanciavo in dieci direzioni simultaneamente.

Il patrimonio non è mai soltanto la materia che sopravvive. È anche la memoria degli esseri che l’hanno resa possibile. Questa idea ci accompagnerà durante tutta la costruzione della demeure du chaos.

Sarà esattamente la stessa quando, anni più tardi, ritroveremo una scultura di oltre vent’anni, a volte di quasi trent’anni. Non cercheremo mai di riportarla artificialmente al suo primo giorno. Cercheremo di capire che cosa le abbia fatto il tempo. Perché il tempo non è il nemico di quest’opera. È diventato uno dei suoi medium.

La ruggine lavora.

La pittura evolve.

Gli alberi crescono.

I muri assorbono.

I visitatori passano.

Gli eventi del mondo entrano nella materia.

Poi la materia risponde.

La demeure du chaos comincerà così a produrre un proprio tempo. Un tempo che non è né quello del museo tradizionale, né quello di una casa, né quello di un cantiere. Un tempo organico. Un tempo fatto di crescita, ferite, conservazione, trasformazioni e memoria.

È probabilmente per questo che nel 1999 non potevo ancora disegnare la demeure du chaos così come esiste oggi. Sarebbe stato in contraddizione con la sua stessa natura. Doveva inventarsi nel farsi.

Questa idea, che incontrerò molto più tardi in Luigi Pareyson sotto il nome di formatività, era già presente prima che ne conoscessi la formulazione filosofica. Sapevo semplicemente una cosa.

Non bisognava imporre una forma definitiva.

Bisognava accompagnare ciò che cercava di apparire.

Può sembrare paradossale da parte di un uomo che lavora l’acciaio, la saldatura, la massa, l’industria e a volte strutture che pesano diverse decine o centinaia di tonnellate. Ma la forza fisica non è nulla se non è preceduta dall’ascolto della materia.

Lo scultore lo sa.

Impara molto in fretta che non si costringe mai impunemente una materia. Si negozia con essa.

È ciò che avrei fatto con quel luogo. Non ero venuto a conquistarlo. Avrei imparato ad abitarlo. E, progressivamente, anche lui avrebbe imparato ad abitarmi.

Nel 1999 nulla di tutto questo era ancora scritto. C’era soltanto un luogo.

Pietra.

Alberi.

Acqua.

Metallo.

Qualche essere umano.

E quella convinzione che da allora non mi ha mai abbandonato: ciò che sembra informe a volte aspetta soltanto uno sguardo per rivelare la struttura che già conteneva.

Il Domaine de la Source sarebbe diventato il luogo di quella rivelazione.

Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA

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