ARCANO 48 / ~10 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 727–737
Il grande ritorno della Storia
Ground Zero: il grande ritorno della Storia
Esiste un momento, dopo certe catastrofi, in cui la mente ricomincia a lavorare. Non perché il dolore si sia allontanato, ancor meno perché sia diventato comprensibile, ma perché l’uomo non può rimanere indefinitamente nello sgomento.
Dopo le immagini, dopo l’attesa, dopo quelle trentasei ore in cui l’incertezza aveva ridotto ogni teoria quasi a nulla, tornava necessariamente la domanda che mi ero sempre posto di fronte ai sistemi: che cosa è realmente appena accaduto? Non soltanto dove, non soltanto come, non soltanto chi avesse colpito chi, ma quale ordine del mondo fosse appena stato messo in crisi.
È qui che Baudrillard e Fukuyama entravano per me nel campo, non come due maestri da seguire, ancor meno come due autorità capaci di chiudere l’evento con una spiegazione definitiva, ma come due costruzioni intellettuali da confrontare con il reale.
Questa distinzione è capitale. Ho sempre letto gli autori come leggo i mercati, le religioni, i conflitti, le istituzioni o le civiltà: non per schierarmi dietro di loro, ma per osservare fino a che punto il loro sistema regge quando incontra ciò che non aveva previsto.
Un’idea non è mai per me un rifugio. È un’ipotesi sottoposta alla Storia.
Era precisamente questo il metodo che avevamo individuato molto presto nel nostro dialogo: un’idea, poi il reale, poi il confronto; i fatti storici da una parte, il pensiero di Baudrillard, quello di Fukuyama e la mia stessa lettura dall’altra, senza mai confonderli.
L’11 settembre imponeva questa disciplina con particolare intensità, perché l’evento era già saturo di commenti prima ancora che la sua polvere si fosse posata.
Le immagini correvano più veloci dell’analisi. Le categorie politiche prendevano forma. Il vocabolario del terrorismo, della guerra, della civiltà, della sicurezza, del bene e del male cominciava a strutturare il racconto mondiale.
In quel frastuono, Baudrillard mi interessò proprio perché non si limitava ad aggiungere un’ulteriore spiegazione geopolitica. Con Lo spirito del terrorismo, pubblicato su Le Monde il 3 novembre 2001, affrontava l’evento attraverso la sua potenza simbolica, attraverso la relazione vertiginosa tra l’atto e la sua rappresentazione, attraverso il modo in cui un sistema mondiale poteva essere colpito non soltanto nelle sue infrastrutture ma nel suo stesso immaginario.
Naturalmente non assumevo il suo testo come una verità rivelata. Mi interessava perché spostava la domanda. Le torri non erano soltanto edifici distrutti. Erano anche segni. La loro distruzione non era soltanto materiale. Diventava immediatamente un’immagine mondiale, ripetuta fino all’ossessione, capace d’iscriversi nella memoria collettiva con una forza che l’evento militare stesso non bastava a spiegare.
E questo si ricongiungeva direttamente a ciò che avevo sentito fin dalle prime ore: non assistevamo semplicemente a un attacco, ma a una collisione tra il reale e la sua rappresentazione.
Conoscevo da tempo Baudrillard come pensatore dei simulacri, dell’iperrealtà, della progressiva scomparsa del confine tra l’evento e la sua immagine. L’11 settembre dava a questa problematica una violenza quasi insostenibile.
Per la prima volta su questa scala, l’umanità guardava in continuazione un evento la cui rappresentazione sembrava svilupparsi simultaneamente a esso. L’immagine non veniva più dopo. Partecipava alla sua potenza storica.
Questo non significava naturalmente che l’immagine sostituisse i morti, i feriti o le distruzioni. Una simile confusione sarebbe stata moralmente e intellettualmente insostenibile. Al contrario, tutto il problema consisteva nel tenere insieme i due livelli: l’assoluta materialità della catastrofe e la sua proliferazione simbolica mondiale. Il calcestruzzo crollava realmente. Gli esseri morivano realmente. Eppure, nello stesso tempo, un’altra catastrofe si produceva nello spazio delle rappresentazioni.
Era questo secondo piano che Baudrillard obbligava a guardare. Mi interessava meno per le sue formule che per la breccia metodologica che apriva: un sistema non può essere compreso soltanto attraverso le sue infrastrutture; bisogna comprendere anche i segni attraverso cui pensa se stesso.
Questa idea risuonava profondamente con la demeure du chaos. Fin dalla sua origine, non avevo mai separato materia e semiologia. Il muro non era soltanto un muro. La ruggine non era soltanto un’alterazione chimica. Una fessura non era soltanto una fessura. Tutto diventava linguaggio dal momento in cui si organizzava la relazione tra la forma, il segno, la storia e chi guarda. Il Caos apparente non era dunque mai assenza d’ordine: era al contrario un’architettura semantica composta con rigore.
L’11 settembre rivelava brutalmente che anche il mondo geopolitico obbediva a questa duplice natura. C’erano le forze materiali — Stati, eserciti, capitali, reti, frontiere — e c’erano i sistemi di rappresentazione senza i quali quelle forze non potevano né legittimarsi, né raccontarsi, né talvolta comprendere ciò che stava accadendo loro.
È qui che il mio interesse per Baudrillard doveva restare rigoroso. Potevo riconoscere la fecondità della sua analisi senza confonderla con il fatto storico stesso.
Questo rigore non è una precauzione accademica. Corrisponde al mio modo di lavorare. Non credo alla fonte unica. Quando analizzo un mercato, confronto. Quando guardo una crisi, confronto. Quando leggo un’informazione, cerco gli scarti tra Reuters, Bloomberg, le agenzie americane, russe, asiatiche, africane.
Non sono soltanto le informazioni a interessarmi; sono le differenze tra loro, i loro silenzi, le loro angolazioni, le loro scelte lessicali, ciò che rendono visibile e ciò che lasciano fuori dall’inquadratura.
Questo metodo non cercava una verità unica, ma il confronto delle verità. Baudrillard era dunque una lettura tra le altre, ma una lettura preziosa perché rivelava una dimensione che il commento immediatamente militare o diplomatico rischiava di lasciare da parte.
Poi veniva Fukuyama. E con lui la domanda cambiava scala. Non potevo guardare le torri cadere senza ripensare a quella formula che aveva segnato il dopo guerra fredda: La fine della Storia.
La tesi di Francis Fukuyama era naturalmente più complessa dello slogan a cui è stata spesso ridotta. Non diceva che non sarebbe accaduto più nulla, che i conflitti sarebbero cessati o che l’umanità sarebbe entrata in una sorta di sonno pacifico. Pensava l’orizzonte ideologico della democrazia liberale come forma politica che avrebbe potuto non incontrare più un modello concorrente dotato di una legittimità universale comparabile. Ma l’espressione aveva circolato tanto da diventare uno degli emblemi intellettuali del decennio 1990: dopo il crollo sovietico, dopo la bipolarità, l’Occidente poteva credersi giunto a un punto di stabilizzazione storica.
Era proprio questa rappresentazione che, ai miei occhi, l’11 settembre mandava in frantumi. Anche qui parlo della mia lettura. Non pretendo che l’evento confuti meccanicamente Fukuyama come un esperimento di laboratorio invaliderebbe una formula. Dico che, per me, rivelava qualcosa di molto più profondo: la Storia non era mai scomparsa. Soltanto, da alcune regioni del mondo, avevamo potuto perdere momentaneamente la percezione della sua violenza.
Ecco perché parlo di grande ritorno della Storia. Non perché fosse tornata dal nulla, ma perché tornava a essere impossibile ignorarla.
Il conflitto, la religione, l’identità, la memoria, l’umiliazione, gli imperi, le asimmetrie di potere, le reti transnazionali, le frontiere, le risorse, gli immaginari di civiltà: tutto ciò che certi racconti della globalizzazione tendevano a presentare come residui arcaici riappariva in primo piano.
Il mondo non era diventato piatto. Non era omogeneo. Non era uscito dal tragico. Era rimasto un campo di forze.
È forse qui che il mio stesso modo di pensare appare più chiaramente. Non ho mai guardato il mondo come una successione di eventi indipendenti. Lo guardo come un campo di forze in cui le temporalità si incastrano: tempo storico, tempo religioso, tempo economico, tempo tecnologico, tempo biologico, tempo geologico, tempo delle civiltà.
Questa caratteristica era stata identificata molto presto nei nostri colloqui: la mia disciplina fondamentale non era forse la geopolitica stessa, ma il tempo, perché introduco sempre la durata in ciò che osservo.
Ora, l’11 settembre era precisamente un nodo di temporalità. Per chi lo guardava soltanto come un atto commesso un martedì mattina a Manhattan, era incomprensibile.
Bisognava risalire.
Bisognava considerare diversi strati simultaneamente: la storia degli interventi occidentali, le trasformazioni del mondo arabo e musulmano, la guerra fredda, l’Afghanistan, le reti finanziarie, le ideologie, le memorie coloniali e le fratture del Vicino e del Medio Oriente. A questo si aggiungevano l’ascesa delle comunicazioni mondiali, la televisione satellitare, Internet, la finanziarizzazione e l’iperpotenza americana.
Nessuno di questi fattori, preso isolatamente, spiegava tutto. Ma insieme formavano un campo. È così che lavoro: non cerco il fattore unico, cerco la geometria delle interazioni.
In questo senso, l’11 settembre non costituiva soltanto una rottura. Era anche un rivelatore. Rendeva bruscamente visibili linee di tensione che esistevano già. È per questo che la formula che avevo pronunciato nelle nostre conversazioni, «L’11 settembre non è avvenuto soltanto a New York», non designava certo una negazione del luogo reale dell’attentato. Significava che l’urto toccava molto più di una città o di un paese. Fessurava una rappresentazione occidentale del mondo.
Questa distinzione figura esplicitamente nei nostri documenti di lavoro: si tratta di un cambiamento di rappresentazione, di un’interpretazione storica e filosofica che deve essere presentata come tale. È esattamente ciò che sentivo. Il luogo geografico era Manhattan, Washington, la Pennsylvania. Ma lo squarcio simbolico attraversava il pianeta. Raggiungeva i sistemi politici, i mercati, le dottrine militari, le relazioni internazionali, il diritto, le tecnologie di sorveglianza, le rappresentazioni religiose e persino l’idea che le grandi potenze occidentali potessero conservare un controllo stabile del proprio ambiente.
L’asimmetria appariva in tutta la sua brutalità: un’organizzazione non statale poteva infliggere alla prima potenza mondiale una ferita gigantesca usando gli stessi strumenti della globalizzazione moderna, aviazione civile, reti finanziarie, media planetari, contro il sistema che li aveva sviluppati.
Vi ritrovavo una legge che conoscevo in altri ambiti: la potenza di un sistema produce sempre blindspot specifici della sua potenza. Quanto più una struttura diventa complessa, tante più interdipendenze fabbrica; quanto più queste interdipendenze aumentano, tanto più certe vulnerabilità diventano non lineari.
Ecco perché non potevo ridurre ciò che era appena accaduto alla parola barbarie, anche se la violenza dell’atto era incontestabile. La parola morale non bastava all’analisi. Comprendere non è giustificare. Era proprio perché l’evento era moralmente insostenibile che bisognava resistere intellettualmente alle spiegazioni troppo semplici.
Chi colpisce?
Perché?
Quale immaginario?
Quale genealogia?
Quale sistema di reclutamento?
Quali circolazioni finanziarie?
Quale percezione dell’Occidente?
Quale funzione svolge l’immagine?
Quale ruolo svolge la risposta dello Stato colpito?
Come reagisce una potenza quando si sposta il conflitto fuori dal campo militare convenzionale?
Tutte queste domande cominciavano ad apparire. Avrebbero strutturato i decenni successivi e sarebbero entrate progressivamente nella demeure du chaos. Il lettore comprenderà più tardi perché Madrid, Londra, Parigi, l’Afghanistan, l’Iraq, Gaza, Hormuz e le guerre asimmetriche non siano in quest’opera una raccolta eterogenea di temi geopolitici. Appartengono a una stessa genealogia: quella di un mondo di cui l’11 settembre ha reso visibili le fratture profonde.
Ma nel 2001 nulla di tutto questo era ancora stabilizzato. Era proprio il momento in cui bisognava imparare a guardare senza disporre del conforto retrospettivo.
Ecco ciò che mi avvicinava paradossalmente sia a Baudrillard sia a Fukuyama, impedendomi al tempo stesso di aderire completamente all’uno o all’altro. Baudrillard mi ricordava che i segni sono forze. Fukuyama mi forniva un sistema di cui la Storia veniva a mettere alla prova i limiti. Io cercavo ciò che accadeva nell’intervallo.
Non mi interessava il piacere di dire che un autore avesse ragione e l’altro torto. Questo gioco intellettuale mi è sempre sembrato secondario. Ciò che mi interessava era comprendere perché i loro pensieri, posti l’uno accanto all’altro e confrontati con l’evento, producessero uno scarto fecondo. L’uno metteva al centro la potenza simbolica dell’atto. L’altro aveva pensato l’orizzonte ideologico del dopo guerra fredda.
L’11 settembre introduceva tra loro una domanda che la demeure du chaos avrebbe ormai portato fisicamente: che cosa diventa un ordine mondiale quando scopre che la rappresentazione che ha di se stesso non basta più a comprendere le forze che lo attraversano?
È qui che il pensiero si ricongiungeva alla materia. Mentre gli intellettuali scrivevano, mentre gli Stati cominciavano a elaborare le proprie risposte, mentre le televisioni ripetevano le stesse sequenze, sapevo già che non mi sarebbe bastato aggiungere un testo al testo.
Sono scultore. A un certo punto, un’idea deve incontrare una resistenza materiale. Deve affrontare il peso, il taglio, la saldatura, il calcestruzzo, il calore, il pericolo, la scala. Altrimenti resta nell’ambito del commento. E io non volevo proprio che Ground Zero diventasse un commento all’11 settembre. Volevo che la demeure du chaos ne conservasse la frattura.
Il problema diventava allora quasi impossibile:
Come costruire prima che l’evento si cristallizzi nella sua interpretazione, senza cadere nella precipitazione spettacolare?
Come lavorare nell’urgenza senza sacrificare il rigore?
Come iscrivere nella materia una catastrofe ancora aperta senza pretendere di possederne già il senso?
Sono queste domande, più di qualunque teoria, che ci avrebbero condotto al cantiere. Baudrillard e Fukuyama mi avevano aiutato a vedere le dimensioni intellettuali della svolta. Ma ormai nessuna lettura poteva sostituire ciò che sapevo di dover fare: uscire dai libri, lasciare lo schermo, raggiungere i compagni e cominciare a costruire mentre lo shock era ancora vivo. La Storia era tornata. Bisognava darle una materia prima che il commento ne smussasse l’urto.
Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA
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