ARCANO 55 / ~8 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 820–828

I ritratti che aspettano la Storia: le didascalie silenziose

La demeure du chaos, sismografo del mondo


Nella demeure du chaos esiste una categoria di opere che si comprende male se si cerca di leggerle come si leggerebbero le pareti espositive di un museo classico: i ritratti.

Sono ovunque.

Capi di Stato, rivoluzionari, scienziati, artisti, strateghi, pensatori, dissidenti, architetti del potere, attori visibili o sotterranei della Storia. Alcuni sono immediatamente riconoscibili. Altri lo sono soltanto per chi conosce già l’evento, la dottrina, la guerra, la rete o la frattura di cui furono un nodo.

Ma questi ritratti non costituiscono un pantheon. Non sono neppure una graduatoria. E soprattutto non sono un tribunale.

Dipingere digitalmente il ritratto di un uomo o di una donna nella demeure du chaos non significa né onorarlo, né assolverlo, né accusarlo, né aderire a ciò che rappresenta. È proprio questa confusione che voglio dissipare.

Non dipingo un’opinione.

Dipingo digitalmente una presenza nella Storia del mondo attraverso i secoli. Non sono dunque soltanto un ritrattista. Il termine che forse descrive meglio questo lavoro è quello di metaritrattista digitale.

Il volto viene dapprima scelto, analizzato e ricodificato digitalmente. Ma il ritratto non si ferma a quell’immagine. Entra in un’architettura di relazioni: con altri volti, eventi, dottrine, guerre, reti di potere e temporalità che possono diventare leggibili soltanto diversi anni più tardi.

Il ritratto visibile è il risultato di cinque, dieci, talvolta vent’anni di osservazione di una donna o di un uomo. Cerco di entrare nella sua psiche più profonda, spogliandolo degli orpelli del suo potere. Poi viene un momento preciso che appartiene soltanto a me: il bisogno imperativo d’invitarlo sui muri della demeure du chaos. In quell’istante il ritratto mi ossessiona. Ritrovo il respiro soltanto quando scopro, negli archivi digitali di Internet, la fotografia o l’incisione che incarna quella psiche profonda che porto già dentro di me. Viene allora il sollievo, poi una seconda prova del fuoco: dove collocare questo ritratto in questa rete di fili invisibili? Con chi potrà dialogare? Così nasce la Carte du Tendre della demeure du chaos, che né Deleuze né Guattari rinnegherebbero. Un rizoma aperto d’intensità, di linee di fuga e di desideri fluttuanti tra potere, distruzione e conoscenza. È il punto d’ingresso di un vasto labirinto in cui i rizomi del mio cervello organizzano costantemente queste didascalie silenziose. Alcuni visitatori intuiscono queste relazioni invisibili. Sapere che esistono anime affini capaci di leggere, fuori dal tempo e fuori dal sistema, questa Storia del mondo privata di didascalie mi colma.

Il ritratto s’iscrive così in un sistema più vasto. Non dipingo digitalmente un volto per isolarlo. Lo iscrivo in una cartografia umana, politica e filosofica le cui relazioni costituiscono una parte dell’opera.

Da anni mi capita di scegliere un volto quando la Storia non ha ancora finito di dire perché quel volto conterà. L’avevo già formulato in altro modo: realizzo e codifico ritratti che presagisco per una storia futura.

La parola importante è futura.

Non si tratta di profezia. Non pretendo di conoscere ciò che accadrà. Si tratta di un’attenzione particolare alle linee di forza del presente, a quei punti in cui qualcosa si concentra prima ancora di aver ricevuto il proprio nome definitivo.

Giorgio Agamben definisce il contemporaneo come colui che è capace di ricevere il fascio oscuro del proprio tempo.

Questa definizione del contemporaneo accompagna da tempo la mia concezione dell’artista.

L’artista non è soltanto colui che guarda ciò che la sua epoca illumina.

È anche colui che riceve in pieno il suo fascio d’oscurità.

Talvolta vede una frattura prima che sia diventata un racconto. Individua un volto prima che sia diventato un’icona. Sente una tensione prima che sia diventata guerra, crollo, rivoluzione, dottrina, scandalo o svolta geopolitica. Non sa necessariamente che cosa produrrà quella tensione. Ma sa che è lì. È in questo spazio che faccio nascere i ritratti della demeure du chaos.

Aspettano la Storia.

Alcuni per qualche settimana.

Altri per anni.

Alcuni rimarranno forse oscuri molto a lungo. Non mi disturba. Un’opera non ha alcun obbligo di consegnare immediatamente il proprio manuale d’uso.

È proprio qui che interviene ciò che chiamo le didascalie silenziose. Nel museo tradizionale, la didascalia rassicura. Dà un nome, una data, una tecnica, talvolta poche righe d’interpretazione. Indica a chi guarda in quale direzione debba cominciare a guardare.

Nella demeure du chaos ho spesso scelto il movimento inverso.

Posso dare un nome, una data, documentare un evento e, nei miei libri, apportare gli elementi storici necessari alla comprensione di un’epoca.

Ma non consegno necessariamente il legame che mi ha condotto fino al ritratto.

Non do sempre l’ipotesi. Non do sempre la causalità. Non do il legame segreto.

Questo silenzio non è un’assenza di pensiero. È al contrario il risultato del pensiero.

So perché il volto è lì.

So con quale altro volto, quale evento, quale rottura o quale architettura di potere entri in risonanza. Ma non sono obbligato a scrivere sul muro questo algoritmo relazionale.

La didascalia silenziosa comincia esattamente in quel punto.

Sottrae allo spettatore la risposta preparata.

Gli restituisce il problema.

Una fotografia accompagnata dalla propria didascalia forma quasi immediatamente un’unità di senso. L’occhio guarda l’immagine, ma la mente ha già ricevuto la propria istruzione. Sa che cosa si presume debba vedere.

Il luogo, la data, il protagonista, la vittima, il responsabile, la vittoria, la sconfitta, la catastrofe: la didascalia distribuisce i ruoli.

Nella demeure du chaos ho voluto spezzare questo odioso meccanismo dei media mainstream.

L’immagine rimane. La didascalia si ritira.

E quando la didascalia si ritira, accade qualcosa di strano: lo spettatore deve ricominciare a guardare.

Non può più semplicemente riconoscere: deve cercare, confrontare, mobilitare la propria memoria, talvolta accettare di non comprendere.

È questa sospensione che mi interessa. È il contrario del consumo istantaneo dell’informazione.

La nostra epoca produce miliardi d’immagini e, paradossalmente, concede loro sempre meno tempo.

Una fotografia sorge, subito titolata, corredata di didascalia, commentata, condivisa, poi ricoperta da un’altra e dimenticata. La demeure du chaos opera il movimento inverso: estrae alcune immagini dal flusso, le strappa alla loro velocità, le ingrandisce, le dipinge e le incide nella propria materia con una messa in abisso che risuona nella mia testa e dà senso alla faccia nascosta della Storia.

Può conservarle per vent’anni, trent’anni, ancora di più. Ciò che era destinato a pochi secondi d’attenzione entra allora in un’altra temporalità.

La Storia può cominciare il proprio lavoro.

Ecco perché la disposizione dei ritratti non è più innocente della loro selezione.

La prossimità è una sintassi.

Anche la distanza.

Due volti collocati nello stesso campo possono appartenere a continenti diversi, a ideologie opposte, a generazioni che non si sono mai incontrate.

Eppure qualcosa li collega.

Può essere una materia prima, una guerra, una dottrina, un sistema finanziario, una tecnologia, una religione, una frontiera, un’informazione, una rivoluzione, una catena di decisioni o una stessa conseguenza prodotta a migliaia di chilometri di distanza.

Il visitatore può vedere il ritratto. Non percepisce necessariamente la relazione. È voluto.

La demeure du chaos non è costituita soltanto di opere. È costituita di relazioni tra le opere. E non tutte queste relazioni sono scritte. È probabilmente questa una delle differenze più profonde tra un inventario e un’Opera d’Arte Totale.

L’inventario può enumerare ciò che esiste.

Non può restituire ciò che circola tra le cose.

E ciò che mi interessa da sempre è proprio ciò che circola.

Tra un dato e un altro.

Tra un evento e la sua conseguenza.

Tra una materia prima e una guerra.

Tra una decisione giuridica e una trasformazione economica.

Tra una fotografia e la didascalia che le viene imposta.

Tra un volto dipinto oggi e la Storia che, dieci anni più tardi, verrà forse brutalmente a illuminarlo.

La geopolitica della demeure du chaos non deve dunque essere guardata né come un atlante, né come una cronologia illustrata dei conflitti contemporanei, ancor meno come una raccolta di opinioni politiche materializzate sui muri. Si tratta di un’iconografia d’agenzia di stampa privata di didascalie e soggettiva. È una cartografia dei rapporti di forza.

Madrid, Londra, Parigi, l’Afghanistan, l’Iraq, il Vicino e il Medio Oriente, le guerre asimmetriche, gli stretti, gli imperi, le religioni, le materie prime, le frontiere e le tecnologie non costituiscono dossier separati.

Formano un sistema complesso e invisibile per molti di noi.

I ritratti ne sono i nodi umani. Alcuni diventano celebri. Alcuni scompaiono. Alcuni cambiano funzione. Alcuni diventano iconici e appartengono ormai all’umanità.

Alcuni passano, nell’arco di pochi anni, dallo statuto di alleato a quello di nemico, da emarginato a capo, da teorico ad attore, da uomo quasi sconosciuto a volto mondiale.

La pittura, invece, resta.

Ed è proprio questa permanenza che permette talvolta al ritratto di cambiare senso senza che sia stata aggiunta una sola pennellata.

La Storia s’incarica allora di riscrivere quella didascalia silenziosa.

È per questo che diffido della spiegazione retrospettiva che farebbe credere che, nel momento in cui ho scelto un volto, conoscessi già tutto il seguito. Sarebbe falso.

Conoscevo il punto di tensione, non necessariamente il suo divenire.

Il contemporaneo lavora in questo intervallo. Riceve il segnale prima di conoscerne l’intera frase. Poi il tempo scrive il seguito.

Il ritratto che creo è dunque meno una conclusione che un’ipotesi lasciata fisicamente aperta. Per i ritratti della demeure du chaos, è sempre in uno stato di corrispondenza intellettuale con il soggetto che scelgo la forma, il movimento, la materia, il medium, l’impronta e lo sfondo confidenziale.

Aspetta.

Resiste all’oblio.

Rimane disponibile per un evento che forse non è ancora accaduto.

E quando quell’evento accade, il visitatore che torna qualche anno più tardi non guarda più la stessa opera.

Il muro non è cambiato. Il mondo sì.

È forse questa, in fondo, la vera didascalia silenziosa.

Non una didascalia assente. Ma una didascalia di cui la Storia non ha ancora terminato la scrittura.

Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA

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