ARCANO 58 / ~20 MIN DI LETTURA / PAGINE DELLA FONTE FRANCESE 853–876

Iraq: fabbricare una frattura

La demeure du chaos, sismografo del mondo


L’Iraq mi avrebbe confrontato con una domanda molto più inquietante di quella della guerra. Una guerra può distruggere uno Stato. Ma che cosa accade quando, distruggendo quello Stato, si liberano tutte le fratture che conteneva? Questa domanda si trova fisicamente iscritta nella demeure du chaos. Posso camminare tra le opere e ritrovare quasi l’intera sequenza irachena.

Saddam Hussein, George W. Bush, Oussama bin Laden, Dick Cheney, Colin Powell.

Le architetture di Halliburton. Le rappresentazioni della guerra del petrolio. Le carcasse militari.

L’elicottero precipitato.

Il Land Rover.

L’Hummer.

Le strutture d’acciaio che sembrano uscite da un convoglio interrotto in pieno deserto. E quell’opera che ho sempre guardato come una sorta di cartografia primitiva della Mesopotamia contemporanea: Tra il Tigri e l’Eufrate.

Due fiumi. Una civiltà. E in mezzo, uno Stato le cui frontiere moderne avevano racchiuso popoli, confessioni, memorie e interessi che non formavano mai un insieme tanto omogeneo quanto la carta poteva lasciar credere. La carta politica è sempre pericolosa quando si dimentica ciò che ricopre. Una frontiera traccia una linea. Non mostra le fedeltà.

Le tribù. Le lingue. Le religioni. Le città sante.

Le reti commerciali. Le memorie dei massacri. Le antiche dominazioni. Le umiliazioni.

Le famiglie. Le alleanze. Gli odi.

L’Iraq era tutto questo insieme. Il paese che gli Stati Uniti invadono nel 2003 non è dunque un blocco che si possa spezzare e poi ricostruire come un meccanismo. È un equilibrio autoritario. Terribile. Violento. Ma un equilibrio.

Saddam Hussein aveva costruito il proprio potere mantenendo sotto un dominio brutale forze che, una volta liberate, avrebbero immediatamente ricominciato a lavorare le une contro le altre.

Non è certo una difesa della sua dittatura. Al contrario.

Comprendere un sistema non significa mai giustificarlo. È una regola a cui tengo. Una dittatura può essere criminale e svolgere simultaneamente una funzione strutturale nell’equilibrio di un territorio. Sopprimerla non sopprime automaticamente le forze che conteneva. Può liberarle. È proprio ciò che sarebbe accaduto.

Per anni avevo osservato l’Iraq dapprima attraverso un altro conflitto. La guerra Iran-Iraq. 1980-1988. Otto anni di una brutalità difficile da concepire oggi. Centinaia di migliaia di morti. Offensive terrestri. Città bombardate. Armi chimiche. Campi minati. Adolescenti mandati al fronte.

E sempre quella regione di Bassora, a sud, che riappariva come un nodo. Bassora non è mai soltanto una città. È un accesso.

Un porto. Un’apertura verso il Golfo.

Una prossimità all’Iran.

Una zona sciita.

Una geografia petrolifera.

Un punto in cui il territorio, la religione, l’energia e l’impero s’incontrano. Sapevo dunque, ben prima del 2003, che non si poteva guardare l’Iraq soltanto da Baghdad. Bisognava guardare Bassora.

Il Kurdistan. Najaf. Le zone sunnite.

Le frontiere con l’Iran.

La Turchia. La Siria. L’Arabia Saudita. Il Kuwait.

Un paese non esiste mai da solo. Esiste nelle tensioni dei suoi vicini. L’invasione americana del marzo 2003 sarebbe stata tuttavia presentata con una semplicità quasi cinematografica.

Un dittatore. Armi di distruzione di massa.

Una minaccia. Un intervento.

La caduta del regime. Poi la democrazia.

Questa sequenza possedeva tutte le qualità di un racconto. Aveva un cattivo. Un’urgenza. Una giustificazione morale. Una potenza militare schiacciante. E una conclusione già scritta prima che la Storia cominciasse. Era proprio questo a inquietarmi. Quando il reale sembra corrispondere troppo bene al copione, cerco sempre il blindspot.

Ci fu quell’immagine diventata emblematica. Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Poi quella piccola fiala illustrativa, usata per materializzare la scala della minaccia evocata. Naturalmente non conteneva l’agente biologico di cui Colin Powell parlava. Eppure l’oggetto dava una forma visiva a un argomento che riguardava l’invisibile. È qui che l’immagine diventa un’arma politica: lo spettatore non vede più soltanto un uomo parlare, vede qualcosa che potrebbe uccidere.

Questa scena mi ha sempre interessato perché dice moltissimo sulla fabbricazione moderna del consenso. La prova deve diventare immagine. Anche quando la prova è discutibile, la sua rappresentazione possiede già una forza autonoma. Mesi e anni più tardi, le armi di distruzione di massa annunciate non sarebbero state trovate così come erano state presentate. Ma nel frattempo la guerra sarebbe avvenuta. Ecco un’asimmetria terribile. Un’immagine può contribuire ad aprire una guerra in pochi minuti. La correzione storica richiederà anni.

Questa questione della prova l’avrei ritrovata ovunque. Nell’informazione. Nel Mercato dell’Arte. Nella fotografia. Nell’intelligenza artificiale.

Chi produce il documento?

A partire da quale fonte?

Secondo quale catena di validazione?

Che cosa sappiamo realmente?

E soprattutto:

Che cosa abbiamo voglia di credere?

Nel 2003, una parte della macchina politica americana desiderava già quella guerra. Non basta dunque studiare le informazioni d’intelligence. Bisogna guardare l’architettura intellettuale in cui quelle informazioni vengono a collocarsi.

Dick Cheney.

Donald Rumsfeld.

Paul Wolfowitz.

I neoconservatori. I dibattiti attorno al Project for the New American Century. E, più indietro nella genealogia intellettuale, Leo Strauss, che considero una delle matrici filosofiche di una parte del neoconservatorismo americano. Il suo pensiero ha alimentato, direttamente o attraverso i suoi allievi e i loro stessi eredi intellettuali, certi ambienti che avrebbero contato nell’America di George W. Bush. Naturalmente non pretendo di stabilire una catena causale semplice tra Strauss e l’invasione dell’Iraq: una filosofia non scatena una guerra. Ma può contribuire a formare l’architettura intellettuale in cui alcuni responsabili pensano la democrazia, la potenza, il regime politico, la verità e la necessità strategica. È a questo titolo che Strauss appartiene, nella mia lettura, alla genealogia di quel momento.

Non riduco l’invasione dell’Iraq a una filosofia. Sarebbe assurdo.

Le cause sono molteplici: l’11 settembre, la sicurezza americana, il progetto di trasformazione del Medio Oriente, la dottrina della guerra preventiva, la potenza militare, le questioni energetiche, i rapporti di forza regionali, la politica interna, le rappresentazioni errate del regime e gli interessi industriali.

Tutto questo forma un rizoma. È così che guardo la geopolitica nella demeure du chaos. Non cerco la causa unica. La causa unica è quasi sempre una pigrizia. Cerco le linee che si incrociano. E tra esse, naturalmente, c’era l’energia.

Il petrolio non spiega tutto. Ma pretendere che non spieghi nulla sarebbe altrettanto ridicolo. Guardavo allora con molta attenzione il dibattito sul peak oil, il picco petrolifero — quell’idea secondo cui la produzione mondiale di petrolio convenzionale avrebbe finito per raggiungere un massimo prima di entrare in una fase di declino strutturale.

La questione energetica aveva qualcosa di quasi metafisico negli anni 2000. L’intera civiltà industriale dipendeva da una materia proveniente da un tempo geologico immenso e consumata a una velocità storicamente delirante.

L’Iraq possedeva riserve gigantesche. Si trovava al centro di questa geografia energetica. Attorno a esso, le infrastrutture, i contratti, le grandi compagnie, le società di servizi e gli interessi strategici formavano un secondo territorio, invisibile sulle carte politiche.

Halliburton diventava allora un nome impossibile da ignorare. E con Halliburton appariva Dick Cheney, ex dirigente dell’impresa diventato vicepresidente degli Stati Uniti. Diffido delle scorciatoie. Cheney non ha invaso l’Iraq «perché veniva da Halliburton». La realtà non funziona mai in modo così infantile. Ma quando il personale politico, l’industria della difesa, l’energia, la ricostruzione e le grandi imprese s’incrociano, sarebbe altrettanto infantile rifiutare di esaminarne le relazioni.

La geopolitica è precisamente lo studio di queste relazioni. Uno Stato non agisce mai in un vuoto economico. Una guerra produce immediatamente mercati.

Logistica. Trasporto. Sicurezza. Ricostruzione. Infrastrutture. Petrolio. Telecomunicazioni. Approvvigionamento. Basi militari.

Una distruzione di massa crea meccanicamente un’economia di ricostruzione di massa. Questo non prova che l’economia abbia provocato la guerra. Mostra che una guerra ridistribuisce immediatamente interessi. La demeure du chaos ha sempre cercato di rendere visibili queste vicinanze. È per questo che potevo far coesistere in uno stesso territorio Bush, bin Laden, Halliburton, carcasse militari, il petrolio, il dollaro, carte e ritratti.

Non era una teoria del complotto. Era l’inverso. Il complotto semplifica. Immagina una stanza chiusa in cui pochi uomini deciderebbero tutto. Il potere reale è molto più complicato.

È fatto di strutture, istituzioni, interessi convergenti, dottrine, opportunità, errori, burocrazie, rivalità, informazioni parziali.

E talvolta di individui persuasi di aver compreso il mondo mentre ne vedono soltanto un frammento. L’invasione stessa fu militarmente rapida. Il regime crolla. Le immagini della statua di Saddam Hussein abbattuta a Baghdad percorrono il pianeta. Ancora una volta, un’immagine fornisce al mondo una conclusione. Il dittatore cade. La guerra sembra vinta. Ma la vera guerra comincia proprio nel momento in cui la statua tocca terra.

La frattura esisteva prima. Ma alcune decisioni la trasformeranno in sistema politico e militare. Lo scioglimento dell’esercito iracheno fu una di esse. La debaathificazione, volta a eliminare l’influenza del partito Baath, ne fu un’altra. Si poteva comprendere la volontà di distruggere l’apparato di Saddam Hussein. Ma si distruggeva simultaneamente una parte della struttura amministrativa e militare del paese.

Centinaia di migliaia di uomini si ritrovavano all’improvviso senza funzione. Tra loro, militari. Ufficiali. Uomini addestrati.

Armati o perfettamente capaci di usare le armi. Con reti. Conoscenze del terreno. E spesso un’umiliazione immensa. Che cosa si produce quando si sottraggono simultaneamente a degli uomini il salario, lo statuto, l’appartenenza istituzionale e il posto nel nuovo ordine politico?

Non si producono automaticamente democratici. Si può produrre un’insurrezione. È qui che la guerra d’Iraq diventa per me un caso quasi sperimentale di geopolitica della conseguenza. Una decisione presa per smantellare il vecchio potere può fabbricare una parte della forza che combatterà il nuovo.

È per questo che guardo la politica meno a partire dalle intenzioni che proclama che dalle conseguenze che produce. Un’intenzione può essere sincera, talvolta persino difesa come nobile, e produrre nondimeno una catastrofe. Nella mia analisi, le conseguenze devono dunque restare importanti quanto le intenzioni.

Il sistema baathista aveva dato un posto sproporzionato a certe reti sunnite in un paese la cui maggioranza della popolazione è sciita. Quando il regime cade, la rappresentanza politica del paese cambia. La maggioranza sciita può accedere a un potere da cui era stata largamente esclusa. Sulla carta, questo somiglia a una correzione democratica.

Nel reale, questo riequilibrio si produce in mezzo a un’occupazione, a una dissoluzione dello Stato e a una violenza crescente. Viene dunque immediatamente interpretato da molti sunniti come una privazione. Il processo democratico diventa simultaneamente un processo confessionale.

E lì appare l’Iran. È uno dei paradossi più straordinari dell’invasione americana. Gli Stati Uniti consideravano la Repubblica islamica d’Iran un avversario strategico maggiore. Ma distruggendo Saddam Hussein eliminavano proprio uno dei principali contrappesi regionali di Teheran. Scompariva l’uomo che per otto anni aveva fatto guerra all’Iran. La maggioranza sciita irachena ritrovava una potenza politica.

Partiti, reti religiose e personalità che avevano vissuto in Iran o intrattenuto relazioni con esso tornavano al cuore del sistema. L’invasione americana modificava dunque l’equilibrio regionale a parziale vantaggio dell’avversario iraniano.

È un esempio quasi perfetto del blindspot. Agisci contro una minaccia e rafforzi un’altra potenza che cerchi anche di contenere. Il mondo reale resiste ai copioni binari. A Baghdad e nelle zone sunnite, l’insurrezione cresce.

Poi arriva Abu Musab al-Zarqawi. Con lui, la frattura assume una dimensione supplementare. Non si tratta più soltanto di combattere l’occupazione americana. Bisogna provocare la guerra confessionale.

Attaccare gli sciiti.

Attaccare i loro luoghi santi.

Fare della coabitazione un’impossibilità.

Produrre abbastanza morti perché ogni comunità cominci a vedere l’altra come una minaccia esistenziale. Il terrore diventa allora una tecnica d’ingegneria sociale. Non si uccidono soltanto coloro che sono presenti. Si uccide per modificare il comportamento di chi resta. È forse la definizione più fredda del terrorismo.

Un attentato mira sempre a una popolazione molto più vasta delle sue vittime dirette. Fabbrica paura. Poi la paura fabbrica decisioni. Poi quelle decisioni producono talvolta esattamente la polarizzazione ricercata dai terroristi.

Questa strategia di al-Qaeda in Iraq mirava proprio ad attizzare la guerra confessionale. L’attentato contro il santuario sciita di al-Askari a Samarra, nel 2006, divenne uno degli acceleratori di questa dinamica. Da lì in poi, il confine tra guerra contro l’occupazione, guerra civile, milizie, criminalità organizzata, vendetta confessionale e jihad internazionale diventa sempre più difficile da tracciare.

Il caos produce i propri imprenditori. È in questo terreno che la genealogia di al-Qaeda in Iraq, poi molto più tardi quella di Daesh, diventa intelligibile. Anche qui bisogna resistere alla tentazione di credere che Daesh appaia all’improvviso nel 2014. Nessuna organizzazione di questa potenza appare all’improvviso.

Possiede genealogie. Ex ufficiali. Reti jihadiste. Prigioni. Dottrine. Umiliazioni. Finanziamenti. Strade. Frontiere diventate porose. Esperienze di guerra. Una burocrazia.

Il mostro possiede sempre un’infanzia. L’Iraq del dopo 2003 fa parte di quell’infanzia. Tra le immagini che mi hanno più colpito c’è naturalmente Abu Ghraib. Anche qui l’immagine avrebbe superato tutte le dottrine. Si poteva spiegare la democrazia. I diritti umani. La liberazione del popolo iracheno. Poi apparivano quelle fotografie.

Le fotografie mostravano prigionieri nudi, umiliati, accatastati, corpi sottomessi, mentre dei soldati posavano davanti a loro.

E quella figura incappucciata, in piedi su una cassa, le braccia aperte, fili attaccati al corpo. Poche fotografie potevano distruggere migliaia di pagine di comunicazione politica. Perché i corpi non mentono nello stesso modo dei discorsi. L’Occidente si ritrovava brutalmente confrontato con la propria contraddizione. Una guerra presentata, tra l’altro, come una liberazione produceva immagini di tortura e umiliazione.

Naturalmente non riduco tutto l’esercito americano ad Abu Ghraib. Sarebbe intellettualmente indegno. Ma un’istituzione democratica deve essere giudicata anche dal modo in cui guarda i propri crimini quando emergono. È questo che la distingue da un regime che li nega per principio. Abu Ghraib è diventato un’immagine mondiale perché toccava proprio quella frattura tra il discorso e il gesto. L’ho sempre guardata come una delle grandi lezioni del XXI secolo sul potere delle immagini. Uno Stato può controllare un territorio. Non controlla più necessariamente le immagini che usciranno da quel territorio.

Una macchina fotografica digitale diventa una potenza geopolitica. Pochi file possono circolare sul pianeta e modificare la percezione di una guerra. Questa trasformazione sarebbe diventata centrale nella demeure du chaos. Avevamo compreso con l’11 settembre che l’immagine poteva diventare l’evento. L’Iraq mostrava che poteva anche diventare il processo all’evento.

Poi Saddam Hussein fu catturato. Ancora l’immagine. L’ex dittatore che si era visto per decenni in uniforme appare barbuto, stravolto, esaminato da un medico militare. La potenza produce anche un’iconografia della decadenza.

Poi il processo.

Poi la condanna.

Poi l’impiccagione.

Ricordo il turbamento prodotto dalle immagini della sua esecuzione. Non provavo alcuna simpatia per Saddam Hussein. Il suo regime aveva commesso crimini di massa.

La repressione. I curdi. Halabja. Gli sciiti. Gli oppositori. Le guerre.

Ma un’esecuzione politica non è mai un’immagine neutra. Chiude giuridicamente un corpo. Non cancella il sistema che l’ha prodotto. E può trasformare un ex dittatore in simbolo per coloro che si sentono sconfitti con lui. La morte non risolve sempre la memoria. Può radicalizzarla.

C’era in particolare la questione curda. Un’altra frattura che la carta irachena aveva contenuto senza risolverla. I curdi erano stati vittime della repressione baathista e delle campagne di Anfal. Dopo il 2003, il Kurdistan iracheno consolida un’autonomia considerevole. Anche qui una dinamica democratica crea simultaneamente una nuova questione geopolitica. Perché un Kurdistan autonomo in Iraq non riguarda mai soltanto l’Iraq.

Riguarda la Turchia. L’Iran. La Siria.

Le diverse popolazioni curde della regione. Ogni pezzo della carta reagisce agli altri. È per questo che ho sempre rifiutato di guardare il Medio Oriente paese per paese. La suddivisione statale è necessaria per il diritto internazionale. Non basta a comprendere i popoli.

Poi c’era Moqtada al-Sadr. Il suo nome mi sembrava quasi condensare da solo la complessità del nuovo Iraq. Un giovane religioso sciita. Una famiglia profondamente segnata dagli assassinii sotto Saddam Hussein.

Una rete popolare. Una milizia.

L’Esercito del Mahdi.

Un immenso potere sociale nei quartieri poveri di Baghdad.

Sadr City.

E simultaneamente una relazione complessa con l’Iran. Prossimità confessionale non significa mai sottomissione politica automatica. È ciò che molti occidentali faticano a comprendere quando guardano lo sciismo come un blocco. Non esiste un solo sciismo politico.

Esistono scuole. Autorità. Nazionalismi. Tradizioni. Rivalità. Interessi. Lignaggi.

Concezioni diverse del rapporto tra il religioso e lo Stato. Ed è qui che appaiono Najaf e Qom. Ho talvolta parlato della guerra dei due Vaticani. L’espressione è volutamente provocatoria e imperfetta, ma permette immediatamente di comprendere una parte della struttura.

Qom in Iran.

Najaf in Iraq.

Due grandi centri di sapere e di autorità dello sciismo. Due storie. Due ambienti politici.

Due possibili rapporti con il potere. A Qom, l’eredità della Repubblica islamica e del velayat-e faqih, il governo del giureconsulto, struttura profondamente il rapporto tra religione e Stato. A Najaf, la tradizione rappresentata in particolare dall’autorità di Ali al-Sistani s’iscrive in una concezione diversa, più prudente sull’esercizio diretto del potere politico da parte del clero.

Questa distinzione sembra teologica. È geopolitica. Un’idea sul posto del religioso diventa un’architettura del potere. E quando diverse decine di milioni di persone riconoscono autorità religiose le cui reti attraversano le frontiere, la teologia diventa una geografia. È esattamente ciò che la demeure du chaos cerca di mostrare.

Un ritratto non è mai soltanto un volto. Dietro il volto c’è una rete. Dietro la rete, una storia. Dietro la storia, un’architettura intellettuale. E dietro l’architettura, talvolta divisioni territoriali che la carta ufficiale non mostra.

È per questo che non potevo dipingere Bush senza bin Laden.

Né Saddam senza l’Iran.

Né l’Iraq senza Najaf.

Né Najaf senza Qom.

Né Bassora senza guardare il Golfo. Ogni opera ne chiama un’altra. Il visitatore crede talvolta di vedere un accumulo. Io vedo un grafo. La demeure du chaos ha sempre funzionato così. Materializza relazioni.

Una scultura militare a pochi metri da un ritratto politico non è un caso. Una carcassa non è soltanto una carcassa.

L’elicottero precipitato.

Il Land Rover.

L’Hummer.

Questi oggetti spostano la guerra in un villaggio dei Monts d’Or. Sottraggono al conflitto quella distanza confortevole che lo schermo ci procura.

Un veicolo militare in televisione appartiene a un altrove. Lo stesso vocabolario materiale in mezzo al tuo spazio quotidiano produce un’altra sensazione. La guerra cessa di essere un’immagine esotica. Entra nel territorio.

Penso sia questo che mi interessava in quell’accumulo di materia militare.

Non celebrare l’esercito.

Ancor meno giocare alla guerra.

Al contrario. Far apparire il peso fisico di ciò che le carte strategiche riducono a simboli. Su una carta, un veicolo è una piccola icona. Nella realtà sono tonnellate di metallo.

Carburante. Uomini. Una logistica. Un’industria. Contratti. Pezzi di ricambio. Strade.

Una catena mondiale di produzione. La guerra moderna è un’industria prima di essere un racconto eroico. E l’Iraq l’ha mostrato con perfetta brutalità. Un esercito capace di rovesciare un regime in poche settimane poteva essere incapace di ricostruire un ordine politico stabile per anni. Ecco un’altra lezione essenziale.

La superiorità militare non è superiorità politica. Si può vincere la battaglia e perdere il dopo. La potenza di fuoco distrugge. Non fabbrica automaticamente legittimità. La democrazia stessa non si trasporta come un’attrezzatura.

Richiede istituzioni, compromessi, fiducia, pratiche, una storia.

Una storia. Cittadini che accettano di perdere un’elezione senza prendere le armi. Minoranze che credono che resteranno protette. Maggioranze che accettano di non prendere tutto. Tutto questo non cade dal cielo dopo la caduta di una statua.

È per questo che il titolo Iraq: fabbricare una frattura non significa che gli americani avrebbero creato dal nulla le divisioni irachene. Sarebbe storicamente falso. Le fratture erano antiche.

Arabi e curdi. Sunniti e sciiti. Tribù. Regioni. Città. Classi sociali.

Memoria ottomana. Mandato britannico. Monarchia. Repubbliche. Baathismo.

Guerre. Embargo. Repressione.

Tutto questo esisteva. Ma una frattura può essere presente senza diventare una guerra generale. Alcune decisioni politiche possono allargarla. Renderla istituzionale. Armarla. Trasformarla in identità primaria. A quel punto non ci si limita più a scoprire una frattura. Si partecipa alla sua fabbricazione.

È questa distinzione che mi interessa. Nella Storia ci sono sempre linee di debolezza. Una politica intelligente tenta talvolta di contenerle. Una politica cieca può trasformarle in faglie. E una volta aperta la faglia, nessuno controlla interamente ciò che ne esce.

Gli Stati Uniti scopriranno questa realtà.

L’Iran la userà. I partiti iracheni la useranno. Le milizie la useranno. Al-Qaeda la userà.

Poi Daesh. Ogni attore entra nella frattura con la propria strategia. E la frattura finisce per diventare un sistema autonomo. Il Caos mal compreso produce proprio questo fenomeno. Il Caos non è il disordine assoluto. Un caos reale produce strutture.

Attrattori. Ripetizioni.

Forme che emergono. L’Iraq del dopo 2003 è quasi un laboratorio tragico di questa dinamica. Si distrugge un ordine. Si crede di ottenere uno spazio libero. Lo spazio si riorganizza immediatamente. Ma non secondo il piano del distruttore. È una delle leggi profonde del mondo. Non si sopprime mai una struttura senza creare le condizioni di un’altra.

Ritrovo qui un’intuizione che attraversa tutto il mio percorso. In un sistema complesso, l’azione non produce mai soltanto l’effetto ricercato. Modifica le relazioni. E le relazioni producono a loro volta conseguenze che nessuno aveva scritto nel copione iniziale.

L’Iraq ha prodotto un Iran rafforzato. Milizie rafforzate. Un’identità confessionale più rigida. Una generazione di combattenti. Una nuova economia di guerra. Reti jihadiste.

Prigioni diventate luoghi d’incontro tra futuri quadri. Poi, qualche anno più tardi, il crollo siriano offrirà a queste reti un altro territorio. La frontiera Iraq-Siria diventerà quasi astratta per un certo tempo. Daesh potrà proclamare la scomparsa simbolica delle frontiere nate da Sykes-Picot. Ancora una volta, la Storia antica ritorna nel momento in cui si crede di costruire un ordine nuovo.

Oggi guardo dunque l’opera Tra il Tigri e l’Eufrate diversamente da quando fu concepita. È una delle caratteristiche della demeure du chaos. Le opere continuano a produrre senso perché la Storia continua. Un’opera geopolitica non è mai realmente terminata. Riceve retrospettivamente nuovi strati.

Il Tigri e l’Eufrate erano lì prima di Saddam.

Prima di Bush.

Prima dell’Iraq moderno.

Prima delle frontiere attuali.

Probabilmente saranno lì dopo le configurazioni politiche che conosciamo. Questa permanenza geografica relativizza in modo quasi vertiginoso la pretesa degli imperi. Un presidente crede di trasformare il Medio Oriente. Un dittatore crede di costruire un regime eterno. Un esercito crede di stabilire un nuovo ordine. Poi gli uomini scompaiono. I fiumi restano.

Credo che questa idea mi abbia sempre protetto da una certa fascinazione per i potenti. Dipingo i loro ritratti. Li faccio entrare nella demeure du chaos. Li guardo. Li analizzo. Ma so che passano.

Bush passa.

Saddam passa.

Bin Laden passa.

Cheney passa.

Le dottrine passano. La materia, le geografie e le memorie durano di più. Non c’è dunque alcun ritratto eroico nella demeure du chaos. Un ritratto politico è un archivio provvisorio del potere. Il volto che oggi comanda diventerà domani uno strato tra gli altri.

È esattamente per questo che Bush e bin Laden potevano ritrovarsi nello stesso territorio artistico. Non perché fossero moralmente equivalenti. Non lo sono. Ma perché appartengono allo stesso sistema storico. L’11 settembre produce la guerra al terrorismo. La guerra al terrorismo produce l’Afghanistan e poi contribuisce al contesto che conduce all’Iraq.

L’Iraq produce nuove fratture.

Queste fratture producono nuove organizzazioni.

Le organizzazioni producono nuove guerre. Il nemico e chi lo combatte finiscono per appartenere allo stesso rizoma storico. È forse una delle cose più difficili da pensare.

Due avversari assoluti possono diventare reciprocamente strutturanti. Ciascuno giustifica una parte dell’esistenza dell’altro.

Il terrorismo rafforza gli apparati di sicurezza. Gli apparati di sicurezza alimentano certi racconti di persecuzione. La guerra produce nuovi combattenti.

I nuovi combattenti giustificano nuove guerre. Il sistema può diventare autoalimentato. Non si comprende nulla se ci si ferma alle intenzioni morali di ciascuno. Bisogna guardare il ciclo. Ecco ciò che cerco costantemente nella demeure du chaos. I cicli.

I ritorni.

Le conseguenze.

Le cose che appaiono là dove nessuno le aspettava. L’Iraq è uno dei grandi avvertimenti dell’inizio del XXI secolo. Mostra che una superpotenza può possedere i migliori satelliti, le migliori armi, servizi d’intelligence giganteschi, una potenza economica senza equivalenti e tuttavia non vedere una parte essenziale del sistema che si prepara a modificare. L’Iraq mi conduce qui a un’ipotesi: la potenza non sopprime necessariamente il blindspot; talvolta può ingrandirlo. Quanto più una potenza dispone di mezzi considerevoli, tanto più rischia di confondere la sofisticazione del proprio modello con la sua capacità di descrivere il reale. È lì che colloco il pericolo. Diffido di ogni pensiero che non incontra mai resistenza.

Che sia politico. Religioso. Tecnologico. Artistico.

O oggi algoritmico. Temo che, dal momento in cui il modello diventa più importante del reale, si finisca per far pagare al reale il suo rifiuto di corrispondere.

L’Iraq ha pagato. Gli americani hanno pagato. Gli sciiti hanno pagato. I sunniti hanno pagato. I curdi hanno pagato. I cristiani d’Iraq hanno pagato.

Gli yazidi pagheranno più tardi nell’espansione di Daesh. Pagherà l’intera regione. E diverse generazioni continueranno probabilmente a vivere con le conseguenze di decisioni prese in pochi uffici all’inizio del secolo. È questo che mi colpisce quando oggi cammino nella demeure du chaos.

Gli oggetti sono immobili. Ma le conseguenze che rappresentano continuano a circolare. L’acciaio arrugginisce. I ritratti invecchiano. I nomi lasciano progressivamente i giornali. Ma le strutture rimangono.

Guardo Saddam. Poi guardo l’Iran.

Guardo Bush. Poi Daesh.

Guardo Bassora. Poi il petrolio.

Guardo Najaf. Poi Qom.

E scorgo all’improvviso che ciò che chiamavamo una guerra era in realtà una gigantesca ridistribuzione di relazioni. È per questo che il prossimo capitolo non poteva lasciare immediatamente l’Iraq.

Bisognava andare più a fondo. Scendere sotto Baghdad. Sotto gli eserciti.

Sotto i governi. Andare verso i luoghi in cui un’autorità può essere quasi invisibile dall’Occidente e tuttavia orientare milioni di esseri umani. Bisognava guardare le città sante.

Le scuole religiose. I lignaggi. Le reti.

Le rivalità dello sciismo. Perché sotto la guerra visibile si trovava un’altra geografia. Più antica. Più lenta. E forse, a lungo termine, più potente.

Najaf. Qom. Bassora.

La guerra aveva spostato le frontiere del potere. Ora bisognava imparare a vedere quelle che non figuravano su alcuna carta.

Pensiero e dialogo umani: Thierry | Scrittura: 100 % IA

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